Un vigneto nell'Orvietano

di Daniele Bovi
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Sono le poche risorse per formazione, ricerca e nuove tecnologie, la bassa propensione all’export, le piccole dimensioni delle aziende, la mancanza di coordinamento nella promozione, le non adeguate competenze manageriali e una scarsa riconoscibilità sui mercati esteri i mali di cui soffrono i vigneti della regione. Tutti fattori che ne limitano le potenzialità e ai quali vuole porre rimedio il «Progetto speciale» messo a punto da Nomisma e Inea e presentato lunedì a Perugia di fronte ad associazioni e produttori. Un progetto che oltre a contenere un pacchetto di proposte rappresenta anche uno studio approfondito di uno dei settori economici più importanti della regione. Un’Umbria come, dove detto, le aziende sono troppo piccole: 1,08 ettari la dimensione media, ben inferiore a quella (già bassa) nazionale pari a 1,65 ettari.

IL «PROGETTO SPECIALE» E I SUOI OBIETTIVI

Orvieto e Montefalco le star Tante piccole imprese che producono però un prodotto di qualità, fatto per l’88% da Dop e Igp. A livello quantitativo su tutti svettano i vini orvietani (55%) seguiti dal Montefalco (10%), che sono anche quelli più conosciuti e commercializzati all’estero. Il resto è diviso tra superfici e quantità limitate. Complessivamente sono 12 mila gli ettari di vigneto nel Cuore verde coltivati da 11.136 aziende che, nel 2011, hanno prodotto 481 mila ettolitri. Di questi, 198 mila sono Dop e 230 mila Igp. Il posizionamento del prezzo invece (il 40% dei vini venduti sta sopra i 5 euro) viene giudicato buono. L’export nel 2011 ha fruttato 29 milioni di euro (94 mila quintali), con un trend tra 2010 e 2011 nettamente in crescita sia per quanto riguarda il valore (+36%) che la quantità (+25%); nel 2012 invece Nomisma e Inea sottolineano un «leggero calo» dei valori esportati.

I mercati In ordine di importanza i tre mercati principali di sbocco per i vini della regione sono Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania che assorbono i due terzi dell’export. Come detto però la propensione a esportare è bassa (l’Umbria copre lo 0,6% di tutto il vino italiano portato oltre i confini). A non aiutare le imprese nel vendere di più all’estero sono le loro ridotte dimensioni e «l’eccessiva frammentazione» di produzione e investimenti. Eppure la denominazione e l’origine italiana sono giudicati fattori di successo all’estero. Ascoltando 32 compratori internazionali di cinque paesi considerati come target importanti (Usa, Giappone, Cina, Russia e Germania) è emerso come i principali criteri di scelta siano il vitigno di origine per la fascia medio-bassa (sotto i cinque euro) e il marchio aziendale per i vini di alta fascia.

Bassa riconoscibilità Il marchio è un fattore strategico in Giappone (dove c’è forte attenzione alla storia dell’azienda) e in una Russia sensibile al prestigio e alla notorietà della cantina. Nel complesso però l’origine italiana esercita un fascino su tutti questi mercati dove sono note Toscana, Piemonte, Sicilia e Veneto mentre cresce l’appeal di Friuli e Alto Adige. L’Umbria invece ha un livello basso di «riconoscibilità», ecco perché serve «più cultura del vino», formazione e comunicazione nei paesi dove si vuole esportare, fare azioni rivolte ai turisti sul territorio e una promozione istituzionale insieme ai produttori nei punti vendita con eventi dedicati. Da ultimo occorre un «posizionamento di prezzo interessante».