di M.T.

La decisione della Commissione europea di introdurre nuovi dazi sull’acciaio a basso costo, in arrivo soprattutto dalla Cina, potrebbe avere effetti significativi anche per l’acciaieria di Terni e, più in generale, per il comparto siderurgico italiano. Come anticipato dal Sole 24 Ore in un articolo di Beda Romano e ripreso da l’Inkiesta, Bruxelles si prepara ad approvare un pacchetto di misure che raddoppierà i dazi doganali dal 25 al 50 per cento e ridurrà della metà i contingenti tariffari, cioè le quote di importazione non soggette a tassazione. In sostanza, soltanto il dieci per cento del mercato europeo dell’acciaio – circa diciotto milioni di tonnellate l’anno – resterà aperto alla concorrenza internazionale.

L’obiettivo dichiarato dal commissario al Mercato interno Stéphane Séjourné è quello di «difendere la sovranità europea anche nel campo dell’acciaio», garantendo all’Unione un livello minimo di autosufficienza produttiva in un settore considerato strategico. La scelta arriva in un momento di forte difficoltà per la siderurgia continentale, che nel 2024 ha perso circa diciottomila posti di lavoro e soffre la concorrenza dei produttori asiatici, capaci di immettere sul mercato europeo acciaio a prezzi inferiori anche del trenta per cento.

Per l’acciaieria di Terni, cuore della produzione italiana di acciaio inossidabile e polo industriale di riferimento per l’Umbria, la misura potrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno. Negli ultimi anni lo stabilimento ha dovuto confrontarsi con l’aumento dei costi energetici e con la pressione dei produttori extraeuropei, che hanno eroso le quote di mercato soprattutto nei segmenti di fascia media. La riduzione delle importazioni a basso costo potrebbe dunque rafforzare la competitività interna e offrire margini di stabilità ai piani industriali in corso, in particolare dopo l’ingresso del gruppo Arvedi nel capitale della società. Tuttavia, secondo analisti del settore, l’efficacia dei nuovi dazi dipenderà dalla capacità dell’Unione di coordinare la distribuzione delle quote residue tra i Paesi membri e di garantire un equilibrio tra tutela della produzione e contenimento dei prezzi.

La Commissione europea ha stimato che l’impatto sui costi finali sarà limitato: in media, l’acciaio costerà 50 euro in più per un’auto e un euro in più per una lavatrice. Ma anche incrementi contenuti potrebbero incidere sulle filiere manifatturiere più energivore, come quella umbra, dove l’acciaio di Terni alimenta un ampio indotto che va dalla meccanica alla componentistica. A livello locale, sindacati e rappresentanze industriali seguono con attenzione l’evoluzione del provvedimento, considerato una possibile leva per stabilizzare la produzione e rilanciare gli investimenti, ma anche un rischio in termini di rincari lungo la catena di fornitura.

Bruxelles assicura che le nuove regole saranno compatibili con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio, anche se sarà necessario un confronto con i partner globali per ridefinire le quote ancora aperte. Diversamente dagli interventi temporanei adottati negli anni scorsi, il nuovo schema avrà carattere permanente e segna una svolta protezionista per l’Unione europea, in parte allineata alla politica statunitense sull’acciaio. «Ciò non toglie che continuiamo il dialogo con Washington per trovare un accordo di più ampio respiro», ha dichiarato Séjourné, sottolineando la necessità di tutelare la capacità industriale europea senza interrompere i canali commerciali internazionali.

Per l’acciaieria ternana, la partita si gioca ora su due fronti: da un lato la possibilità di beneficiare della protezione doganale e consolidare la produzione, dall’altro la sfida di restare competitiva in un mercato che punta sempre più sulla sostenibilità e sull’acciaio “verde”. Le nuove regole europee potrebbero offrire uno spazio di respiro nel breve periodo, ma il futuro del polo ternano dipenderà anche dalla capacità di investire in tecnologie pulite e di cogliere le opportunità della transizione industriale, in linea con le strategie europee sul clima e sull’autonomia produttiva.

L’acciaieria ternana, oggi parte del gruppo Arvedi con la denominazione Acciai Speciali Terni (Ast), rappresenta uno dei poli siderurgici più rilevanti d’Europa nel settore dell’inossidabile. Nel suo Rapporto di sostenibilità 2024, l’azienda ha registrato un fatturato superiore ai due miliardi di euro e una forza lavoro complessiva di oltre duemiladuecento persone, includendo sia il personale diretto sia quello dell’indotto (Alcune fonti fuori dall’azienda parlano persino di 2500 addetti). La produzione annua si mantiene stabile intorno al milione di tonnellate di acciaio inossidabile, quota che conferma la centralità del sito di Terni nella filiera italiana ed europea.

Ast è stata inoltre la prima acciaieria italiana a ottenere la certificazione «ResponsibleSteel» come sito principale (“core site”), a seguito di una verifica indipendente condotta da Dnv. La certificazione attesta l’impegno del gruppo verso la sostenibilità ambientale e sociale e prevede, tra gli obiettivi a medio termine, la riduzione del 60% delle emissioni dirette e indirette di gas serra entro il 2028.

Nel corso dello stesso anno, l’azienda ha sottoscritto un Accordo di programma con il governo, la Regione Umbria e gli enti locali per un piano di investimenti da 1,13 miliardi di euro destinato alla modernizzazione e alla decarbonizzazione degli impianti. Di questi, circa 557 milioni saranno impiegati per la riprogettazione delle linee di laminazione, l’ammodernamento dei forni e la realizzazione di sistemi elettrici predisposti all’utilizzo dell’idrogeno. Tra le novità figura la costruzione della nuova linea LAF8, con tecnologia ibrida a induzione e combustione, concepita per l’uso di idrogeno verde.

La competitività dello stabilimento resta tuttavia condizionata dall’alto costo dell’energia. Nei primi sette mesi del 2024, Ast ha registrato un prezzo medio di circa 97 euro per megawattora, contro i 21 della Francia e i 32 della Germania, con inevitabili ripercussioni sui margini e sulla continuità produttiva. In più occasioni, anche recenti, la direzione ha deciso brevi sospensioni delle attività per adeguare la produzione all’andamento del mercato.

Sul fronte finanziario, il gruppo Arvedi ha reperito circa 900 milioni di euro in nuove linee di credito a medio-lungo termine per sostenere la transizione tecnologica e ambientale dello stabilimento ternano, che resta uno dei pochi in Italia in grado di coniugare capacità produttiva industriale e prospettiva di decarbonizzazione su larga scala.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.