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domenica 16 maggio - Aggiornato alle 14:44

Dai negozi alla ristorazione fino ai musei: Umbria jazz è un affare, ma il commercio deve ‘sposarlo’

Presentato studio su impatto economico del festival: due milioni di soldi pubblici generano un prodotto per il territorio quasi triplo

La presentazione dello studio (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Un affare per tutti, dal commercio alla ristorazione fino ai musei, anche se i negozi dovrebbero ‘sposare’ fino in fondo l’evento. Venerdì mattina nella sede della Fondazione Cassa di risparmio di Perugia è stato presentato lo studio che misura l’impatto economico di Umbria Jazz sul territorio di Perugia. Promosso dalla Fondazione UJ con la collaborazione delle due Università, è stato realizzato dal professor Luca Ferrucci del Dipartimento di Economia dell’Università degli studi e da Simona Collu e Michele Tomassoli, studenti del Master in International business and Intercultural Context dell’Università per stranieri. Un evento, Umbria jazz, in grado di generare, a fronte di contributi pubblici per 1,9 milioni di euro, un prodotto lordo a favore dell’economia di di 5,9 milioni secondo le stime. Quello presentato venerdì è il secondo studio sulla manifestazione: il primo, più complesso e articolato, fu realizzato nel 2007 da Ferrucci e dal professor Bruno Bracalente e dimostrò che per ogni euro investito se ne producevano tre di ricavi a favore dell’economia urbana.

IL TESTO COMPLETO DELLO STUDIO

Commercio L’analisi ha utilizzato una serie di indicatori (utilizzabili anche per altri tipi di eventi) che si basano sui numeri di sei fonti: commercianti dell’area del centro (in collaborazione di Confcommercio), hotel e alberghi (con quella di Federalberghi), Galleria nazionale dell’Umbria e Fondazione Ranieri di Sorbello, Minimetrò, social media e bilanci della Fondazione UJ. Per quanto riguarda il commercio è stato sottoposto un questionario a 202 negozi prendendo come punto di riferimento Corso Vannucci e le sue arterie principali. Due su tre hanno ovviamente tenuto aperto durante la domenica e nel 60% dei casi è stato prolungato l’orario di apertura nella fascia serale; in 9 casi su 10 però non sono state fatte offerte particolari. Come ampiamente preventivabile, per molti (60%) ci sono stati aumenti delle vendite che, in oltre il 60% dei casi, vanno dal 5 al 20% (il 21% ha indicato incrementi tra il 20 e il 50% e il 14% tra il 50 e il 100%).

Alberghi Le attività con le maggiori vendite sono state, come immaginabile, bar, gelaterie, pasticcerie, ristoranti, pub e paninoteche, mentre in misura minore tutto il settore dell’abbigliamento, dai vestiti alle scarpe. Particolarmente interessante un dato, ovvero il fatto che per 3 negozi su 4 l’evento che più riesce a spingere le vendite è proprio Uj; Eurochocolate invece (11% degli intervistati) rimane più indietro, quasi al pari del Festival del giornalismo (9%). Passando al settore alberghiero (12 le strutture interessate, da una a cinque stelle, per 1.543 posti letto), rispetto alla settimana precedente l’occupazione delle camere raddoppia o quasi, passando (in tutti i tipi di strutture) dal 52 all’86%. Come sottolineato da Stefano Fittuccia di Federalberghi, UJ specialmente per le piccole realtà «rappresenta un’ancora di salvataggio. E non va dimenticato che durante il festival le tariffe sono più alte, quindi il dato economico è più alto di quello dell’occupazione delle camere. UJ è un ottimo brand per il territorio, e lo sosterremo con grande forza».

Musei, social e bilanci Per la metà degli albergatori intervistati poi è UJ l’evento a generare il maggior tasso di occupazione, seguito dal Festival del giornalismo (33%) ed Eurochocolate (17%). Positivi anche i dati dei musei: i visitatori della Galleria nazionale dell’Umbria crescono del 30% rispetto alla settimana che precede il festival, quelli del pozzo etrusco del 34% e quelli di Palazzo Sorbello del 49%. I numeri del minimetrò erano già noti (133mila utenti contro i 61mila della settimana precedente), così come quelli dei social network, che hanno portato UJ a essere il terzo festival più seguito al mondo dopo quelli di Montreux e Montreal, con una fan base su Facebook concentrata in particolare nelle fasce d’età che vanno dai 25 ai 44 anni. Gli ultimi dati presi in considerazione sono quelli dei bilanci. Negli ultimi anni si nota il minor apporto degli enti locali, compensato però dall’arrivo, a partire da quest’anno, del milione di euro annuale garantito dal Mibact, che ha riconosciuto UJ manifestazione culturale di rilevante interesse nazionale.

Il sistema UJ Per quanto riguarda le fonti di finanziamento, complessivamente i contributi pubblici ammontano al 46%, mentre dai biglietti nel 2018 è arrivato il 32% e dagli sponsor il 19%. Alla presentazione venerdì hanno partecipato i vertici della Fondazione (il direttore Giampiero Rasimelli e il vice presidente Stefano Mazzoni), gli assessori di Regione (Fernanda Cecchini) e Comune (Michele Fioroni), il segretario generale della Fondazione Cr Perugia Fabrizio Stazi oltre ai già citati Ferrucci e Fittuccia. «Umbria Jazz – ha detto Rasimelli – va definita come un sistema, un complesso di eventi – da Perugia a Orvieto fino a Terni – che vanno tenuti insieme». Oltre alla collaborazione insieme alle fondazioni, Rasimelli come linee guida per il futuro ha indicato il lavoro con le scuole e un «adeguamento delle normative relative alla Fondazione UJ, per puntare a una stabilizzazione da qui al cinquantenario; servirà un apporto molto più profondo del territorio. Non bisogna poi dimenticare che UJ deve confrontarsi in uno scenario dove la competizione è aumentata e nel quale i nostri competitor, come Montreux o Montreal, hanno budget dalle 3 alle 5 volte superiori al nostro. Dobbiamo avere una strategia che ci faccia rimanere a quel livello».

Festival da sposare Secondo Fioroni «i numeri sono un elemento fondamentale e la politica deve imparare a misurarsi con essi; ci deve essere sempre una correlazione forte tra risorse investite e ritorno». L’assessore ha parlato di un «marchio solido, per il quale bisogna evitare annacquamenti. La sfida è pensare UJ come tema centrale per le strategie future della città, rendendo il festival capace di produrre valore per un periodo maggiore di tempo». Per l’assessore poi quel 90% di negozi che non pensa strategie ad hoc per i giorni del festival indica una cosa: «C’è un tessuto economico cittadino che non ‘sposa’ fino in fondo il festival, quindi c’è un potenziale inespresso». Per Cecchini infine «i numeri parlano da soli e ci danno la possibilità di mettere a punto le politiche per il futuro. Vedere questi dati ci conforta sul fatto che le risorse pubbliche generano un importante indotto». Sull’importanza di monitorare come le risorse vengono spese e i risultati ottenuti si è concentrato Ferrucci, secondo il quale servirebbero anche più sinergie nel campo del commercio: «È possibile attivarne di più – ha detto – per aumentare le vendite anche in altre categorie merceologiche. UJ è una una grande cosa per questa regione e per questa città, ed è il vero locomotore dell’addizionalità».

Twitter @DanieleBovi

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