domenica 8 dicembre - Aggiornato alle 00:05

Umbra acque, ecco perché i Comuni potrebbero vendere le loro azioni al socio privato

Mercoledì c’è stato un tavolo tecnico tra azienda e sindaci sul nodo della natura giuridica della società

La sede di Umbra Acque

di Daniele Bovi

Umbra acque è o no una società a controllo pubblico? La questione potrebbe sembrare di lana caprina ma così non è, dato che capire qual è la natura giuridica della società incide in modo pesante sulla vita di quest’ultima. Il tema è stato affrontato mercoledì nel corso di una riunione tra i vertici dell’azienda e un gruppo di meno di dieci sindaci, o loro delegati. Per capire la vicenda bisogna in primis spiegare l’assetto societario di Umbra acque, che serve quasi 40 comuni della provincia di Perugia e oltre 230 mila utenze: il socio di maggioranza relativa è Acea, cioè la parte privata che possiede il 40% delle azioni e che esprime l’amministratore delegato Tiziana Bonfiglio; il restante 60% è nelle mani del pubblico, cioè dei Comuni. La quota maggiore (33,3%) è nel portafoglio del Comune di Perugia, mentre la restante parte è frazionata in piccole o piccolissime quote fra i restanti 33 sindaci (dallo 0,58% di Valfabbrica al 3,5% di Assisi).

La vicenda La natura giuridica di Umbra acque attualmente è quella di «società a partecipazione mista pubblico-privata non a controllo pubblico». Il decreto Madia del 2016 ha stabilito quali sono le caratteristiche di una società a controllo pubblico, fissando una serie di paletti e di obblighi; come spesso accade in Italia poi, sono sorti molti dubbi interpretativi sul concetto di «controllo», sciolti dalla sentenza della Corte dei conti del 20 giugno scorso. La magistratura contabile ha stabilito che sono società a controllo pubblico anche quelle partecipate da più amministrazioni pubbliche, ciascuna delle quali titolare di diritti di voto inferiori al 50% di quelli complessivi; se i Comuni, come nel caso di Umbra acque, dispongono della maggioranza dei voti allora secondo la Corte bisogna parlare di controllo pubblico.

Cosa cambierebbe Acea non vorrebbe però che la natura giuridica di Umbra acque fosse questa per una serie di ragioni ben precise: il controllo pubblico, sostiene l’azienda, significherebbe infatti rallentare gli investimenti dato che bisognerebbe applicare il codice degli appalti anche per tutte le attività estranee al servizio idrico integrato; preclusioni ci sono anche per quanto riguarda il programma di assunzioni a tempo determinato, con conseguente messa in discussione della stabilizzazione del personale a tempo determinato. In più ci sarebbe anche una riduzione dei membri del consiglio di amministrazione del quale oggi, oltre a Buonfiglio, al presidente Gianluca Carini e al vice Fabrizio Burini fanno parte altre sei persone; il decreto Madia invece prevede un cda da tre a cinque membri.

Vendita delle azioni? Le opinioni mercoledì sono state diverse e la riunione è stata sostanzialmente interlocutoria: ogni Comune ora dovrà fare le proprie valutazioni insieme all’azienda per capire come uscirne. Tra le possibilità, ma non è detto che sarà questa la soluzione, c’è ovviamente quella di una riduzione del peso della parte pubblica; i Comuni, cioè, potrebbero vendere le loro azioni al privato così da consentire ad Acea di avere in portafoglio la maggioranza delle quote. Il nodo è ovviamente anche politico: quanti sindaci saranno disposti a cedere lo scettro a proposito di un asset fondamentale come quello della società che si occupa di gestire il servizio idrico? E visto l’assetto societario, è chiaro che la decisione non potrà non passare dal Comune di Perugia.

Twitter @DanieleBovi

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