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mercoledì 29 giugno - Aggiornato alle 14:47

Treofan Terni, chiusura ingiustificata: quel ricorso rimasto nel cassetto e oggi ‘il bivio’

Inchiesta per truffa allo Stato, ipotesi richiesta di rinvio a giudizio. Packaging: fatti e parole del ministro Giorgetti per altre industrie

di Marta Rosati

Dovrebbe ormai essere vicinissima la convocazione al tavolo del ministero dello Sviluppo economico e sono persino arrivate le controdeduzioni dei vertici Treofan alle accuse mosse dalla Procura ternana che si dice pronta, se ci sono le condizioni, a chiedere il rinvio a giudizio entro giugno, nell’ambito dell’inchiesta per truffa allo Stato derivante dalla richiesta di cassa integrazione Covid quando la produzione non aveva subito flessioni.

Treofan Terni Il procuratore capo Alberto Liguori si dice determinato a contestare alla società, non solo l’indebita percezione dell’ammortizzatore sociale erogato per contraccolpi da pandemia, ma l’intera procedura di cessazione dell’attività operata dalla controllante Jindal ai danni del sito Treofan di Terni. Un impianto accusatorio di questo tipo sarebbe di fatto sovrapponibile a quel ricorso elaborato dai legali delle organizzazioni sindacali di categoria che sul tavolo del giudice del lavoro però non è mai arrivato. Una nota di opposizione alla messa in liquidazione, passò per le mani dell’ex liquidatore Ettore Del Borrello (che a pochi mesi dalla nomina rassegnò le proprie dimissioni). Se fosse passata quella linea delle vie legali, la trattativa per la cosiddetta reindustrializzazione sarebbe stata bloccata sul nascere (era il dicembre 2020); invece oggi, che la missione reindustrializzazione è fallita nell’arco dei primi 12 mesi, 118 lavoratori (perché una trentina ha trovato posto altrove) sono nuovamente in cassa integrazione e ancora in attesa di conoscere il destino della storica fabbrica che produceva film di polipropilene, ovvero pellicola per confezionare alimenti, tabacchi, cosmetici.

TESEI: «TERNI AVRÀ POLO CHIMICO GREEN E NUOVO OSPEDALE»

Quel ricorso mancato Il documento all’epoca dell’annunciata messa in liquidazione radatto dagli avvocati delle sigle di categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl metteva in evidenza punto per punto tutte le contraddizioni della società nel percorso dall’acquisizione del sito al suo tramonto. E alla fine sul tavolo della Procura sarebbero comunque finiti documenti tesi a dimostrare proprio questo: «Le scelte adottate dal gruppo Jindal – Treofan – era la denuncia di fondo – hanno deliberatamente penalizzato il sito ternano che aveva ed ha caratteristiche operative di estrema qualità, sia per gli impianti che per il personale». Eppure sin dagli albori della propria esperienza a capo della fabbrica, Jindal dirottava ordini, se non anche personale, verso altri siti del gruppo. Dopo circa un mese dall’acquisizione dello stabilimento ternano, già la società poneva in essere il piano di spostamento di ordini di prodotto laccato (prodotto di maggior valore aggiunto) verso gli stabilimenti di Brindisi e Virton, in pieno contrasto, come per altre azioni adottate, con gli impegni di investimenti qualificati che per Terni dichiarava in sede ministeriale. Allo stesso ministero (Sviluppo economico) oggi, è affidata la cabina di regia per la cessione della fabbrica e la rioccupazione delle maestranze, alcune delle quali hanno anche prestato servizio in altri siti del gruppo indiano, pur rimettendo il posto alle dipendenze dello stesso, a prescindere dai risultati del sito di appartenenza.

Film di polipropilene biorientato Per dirla in altre parole, in un contesto di generale profitto per la società e un livello di domanda di prodotto sempre elevato, anche e soprattutto per Treofan Terni, Jindal ha scelto di svuotare di ordini il sito ternano, proseguendo in un percorso di investimenti invece per esempio a Brindisi, col supporto dello Stato in termini di finanziamenti pubblici. Costi fissi elevati, margine operativo lordo scarso, performance di efficienza non soddisfacenti, mercato claudicante, alcune delle motivazioni utilizzate da Jindal per giustificare la scelta di chiudere Terni: nulla che trovi fondamento nei riscontri effettuati all’epoca dai sindacati, che hanno comunque scelto di affidarsi alle istituzioni per un percorso di reindustrializzazione del sito, sulla scorta anche del lavoro del liquidatore incaricato dalla società. La partita, come noto, è infatti sul tavolo del MiSe e se è vero come è vero che oltre alla solidità finanziaria dei player che si affacciano, le valutazioni del caso includono un focus sull’andamento del mercato di riferimento di ciascun operatore economico, sarebbe bene che qualcuno titolato ad avere risposte (visto che alla stampa difficilmente il ministro si presta a rilasciare dichiarazioni), chieda di sapere se è vero, come risulta da indiscrezioni, che Jindal, oggi, per contravvenire alle esigenze dei propri clienti, si stia appoggiando alla produzione di società concorrenti.

Il Governo «Il packaging è un settore industriale in cui la filiera italiana riveste un ruolo chiave nella sfida della transizione verso un’economia circolare. Il Mise sostiene gli investimenti in innovazione orientati a integrare l’utilizzo di macchinari 4.0 con le competenze presenti sul territorio, al fine di sviluppare e realizzare nuovi sistemi produttivi in un’ottica di maggiore sostenibilità ambientale». Queste le parole del ministro Giancarlo Giorgetti, pronunciate alcuni giorni fa in occasione dell’ok a un investimento di 9,2 milioni di euro su proposta di Aetna Group, azienda specializzata con 9 impianti produttivi in tutto il mondo. Si tratta di un accordo per l’innovazione che attraverso un progetto di ricerca e sviluppo mira alla realizzazione di una nuova generazione di macchinari e servizi digitali per il packaging, destinati a diversi ambiti applicativi come alimentare e farmaceutico, con produzione basata su materiali riciclati/riciclabili e sostenibili. Sembrerebbe uno spezzone del film Sustainable valley annunciato per Terni, invece no: gli impianti coinvolti si trovano a Bologna e Rimini e l’operazione si dice creerà 100 nuovi posti di lavoro. Il destino della fabbrica del polo chimico per il quale passò un certo Giulio Natta invece, potrebbe non essere tracciato nel solco della chimica.

Sviluppo economico Risulta, da nota inviata dalle segreterie nazionali dei sindacati in questione (perché del verbale di riunione del 3 maggio scorso al ministero non c’è traccia), che le proposte siano due. Ma se qualcuno, da Palazzo Cesaroni, ha sentito l’esigenza di andare in pressing sulle parti coinvolte, perché anche l’offerta giunta dalla Lituania sia presa in considerazione, evidentemente c’è il timore che questo non avvenga. Tempo ce n’è (la nuova cassa integrazione è stata riaccesa da un paio di mesi) e accelerare solo adesso è una scelta che andrebbe giustificata. Dai paesi baltici l’interesse a riprendere a Terni la stessa produzione di Treofan con considerevoli ricadute occupazionali. Gli indiani si sono detti sempre contrari a cedere macchinari e capannoni a player attivi sullo stesso settore produttivo ma se la cabina di regia è in mano al MiSe che incentiva il packaging (magari in forme green) con una Novamont che ‘si dice’ disponibile a fare la sua parte e lo Stato (presunto truffato Jindal) è complice del gruppo negli investimenti pugliesi, probabilmente può avere voce in capitolo anche sul futuro della fabbrica umbra.

 

 

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