di Marco Torricelli

Se c’era una cosa che i lavoratori della Sangemini avevano chiesto il 25 settembre scorso, ad istituzioni e sindacati, era stata quella di non permettere che il tempo passasse invano e di sfruttare i quaranta giorni di allungamento del concordato, concessi dal giudice Paola Vella, per far uscire allo scoperto i possibili, veri, compratori dello stabilimento. Infatti.

Ore decisive Lunedì quel termine scade e, se è vero quello che dai sindacati trapela, non ci sarebbe ancora nessuna certezza su quello che avverrà. O, almeno, loro non ne sarebbero al corrente. Il tempo, insomma, sarebbe passato invano. Una certezza, per la verità, c’è: o sul tavolo del giudice arriva una proposta praticabile, o la Sangemini sarà dichiarata fallita. E il particolare non è secondario.

Le possibilità Perché il termine ‘praticabile’, con il giudice che ha già in mano la penna per firmare il decreto che sancirebbe il fallimento, potrebbe avere un significato decisamente diverso da quello che i lavoratori si aspettano. Quella che appare profilarsi, insomma, è una soluzione da ‘prendere o lasciare’. Dove il lasciare porterebbe, appunto, al fallimento immediato, mentre il prendere potrebbe significare accettare un accordo fortemente penalizzante, per l’azienda e per i lavoratori.

Le possibili reazioni Da parte loro, i lavoratori, hanno fino ad ora dato grande prova di compostezza e senso di responsabilità, tanto che anche nei momenti di tensione più forte, con lo sciopero, le portinerie bloccate ed il presidio nel piazzale, si sono fatti carico di compiere le verifiche e le ispezioni di routine nei sedici pozzi dai quali la Sangemini attinge le acque da imbottigliare. Ma se la situazione dovesse precipitare, è davvero difficile immaginare quale potrebbe essere la loro reazione.

Le ipotesi Il fallimento, però, se potrebbe essere una soluzione auspicabile da chi volesse ‘ fare l’affare’, rilevando l’azienda dal tribunale, a costi decisamente più bassi, a condizioni vantaggiose anche dal punto di vista normativo e finanziario; non è certo un’ipotesi gradita, oltre che ai lavoratori, alle banche ed agli altri creditori, perché vedrebbero fortemente ridimensionate, oltre che dilazionate nel tempo, le somme che vantano dalla Sangemini.

L’appello Da parte dei sindacati, nei giorni scorsi, era arrivato l’ennesimo appello a «garantire un percorso industriale di rilancio, con soggetti imprenditoriali solidi, che presentino un credibile progetto di sviluppo che possa permettere il rilancio dei marchi (Sangemini, Amerino, Sangemini Fruit), la salvaguardia dei livelli occupazionali, l’integrità del sito produttivo e un costruttivo rapporto con le istituzioni locali e regionali».

La Regione A partire dall’assessore regionale Vincenzo Riommi, che più di tutti si è speso e si è esposto, nel corso dei mesi, per tentare di tenere in vita le varie possibilità che via via si sono profilate all’orizzonte: una conclusione negativa rappresenterebbe un risultato negativo soprattutto per lui, oltre che per tutti i protagonisti della vicenda.

Il progetto Ma se anche, nella giornata di lunedì, un coniglio uscisse da un qualche cilindro, non potrebbe rappresentare una soluzione immediata. Un eventuale progetto dovrebbe essere oggetto di discussione e, quanto meno, di un sommario approfondimento, con tutte le parti interessate. Ipotizzare un nuovo prolungamento dei tempi, al momento, non appare insomma impossibile.