di Marco Torricelli
Praticamente è deciso. L’Isrim – l’Istituto superiore di ricerca e formazione sui materiali speciali per le tecnologie avanzate – va in liquidazione. I soci pubblici non sono in grado di garantire la sua sopravvivenza e ai privati che potrebbero intervenire, probabilmente, non interessa fare società miste.
La crisi L’Istituto ha chiuso il 2012 con un passivo certificato di 445mila euro, che i soci pubblici – impossibilitati a ricapitalizzarlo da precisi vincoli normativi – ad agosto avevano deciso di compensare il disavanzo utilizzando il, peraltro già esiguo, capitale sociale. Che però si era ridotto a soli 383mila euro: una somma decisamente inadeguata per garantire la sua ulteriore sopravvivenza e, men che meno, vista la situazione del mercato, un possibile rilancio.
I privati L’unica soluzione praticabile – anche se l’assessore regionale Vincenzo Riommi, anche nell’ultimo incontro, aveva lasciato intendere che un ulteriore impegno pubblico era possibile – era stata identificata nell’ingresso della compagine societaria di soci privati e di capitali freschi. Ma andrà a finire che, se i privati entreranno, lo faranno per prendere tutto. O quasi.
Le ipotesi Di solito, in questi casi, ci si scervella – spesso a sproposito – su ‘cordate’ e possibili salvatori della patria. Stavolta, pure. Si parla di un gruppo misto, composto da quattro cinque imprenditori ternani e un paio romani (questi ultimi si sarebbero, però, leggermente defilati) e circolano anche alcuni nomi – Sergio Raggi e Carlo Iosa, per esempio – ma conferme ufficiali non ce ne sono.
I tempi e i modi Sancita la fine del ciclo attuale – va ricordato che il crollo di Isrim è stato provocato, in larga parte, dal fallimento di un altro socio privato che rivestiva un ruolo importante nella compagine societaria – si avrà, quanto meno, qualche settimana per progettare un ‘altro’ futuro: una sorta di ‘Isrim 2’, con i laboratori di analisi strettamente collegati alle attività dei nuovi soci privati – in grado di garantire flussi di cassa certi – e, magari, con un ridimensionamento della così detta ‘ricerca pura’, le cui rese economiche sono decisamente meno certe.
Lo scenario Con l’Isrim in liquidazione, per i ricercatori – almeno per quelli, dei 36 complessivi, che hanno un contratto – si prospetta la via della ‘mobilità’, mentre gli altri finiranno, semplicemente, a spasso. Nei giorni scorsi, peraltro, dopo gli appelli rivolti alla presidente della Regione, gli stessi ricercatori avevano dato vita a diverse manifestazioni di protesta, sia sotto la sede dell’Istituto che sotto la sede ternana della Regione. Non è escluso, quindi, che tornino a far sentire la propria voce.
La polemica «Da quello che si legge da qualche organo di informazione – commenta il presidente del gruppo di Forza Italia in consiglio regionale, Raffaele Nevi – l’Isrim si appresta ad essere liquidato e ciò rappresenta l’ennesimo fallimento di chi ha governato e governa la Regione, che non ha saputo prevedere ciò che poi è successo. Ora chi ne farà le spese – prosegue Nevi – saranno come al solito i poveri lavoratori senza certezze e senza stipendi. Di questo fallimento portano la responsabilità i vertici di Regione e Sviluppumbria che hanno sempre tranquillizzato sulla situazione sottacendo la reale gravità in cui versava l’Istituto. Ciononostante i vertici di Sviluppubria recentemente sostituiti sono stati liquidati con centinaia di migliaia di euro alla faccia dei danni che hanno prodotto e delle promesse non mantenute. L’unica cosa che dovrebbe fare la politica regionale oggi è chiedere scusa e togliere il disturbo, ma tanto non lo faranno».
