di Marco Torricelli
Sei mesi. Poi non si sa bene che succederà. Questo, in estrema sintesi, il succo di quanto ha fatto sapere venerdì la Sangemini. E, proprio mentre lo rendeva noto da Milano, a San Gemini era in corso una riunione tra la direzione aziendale locale e i sindacati. Che non hanno gradito.
Il piano Dopo aver ricordato che Sangemini «lo scorso febbraio, ha presentato a tutti gli stakeholders un piano di rilancio aziendale che prevede importanti investimenti per lo sviluppo dei marchi di proprietà, il mantenimento dei livelli occupazionali, il consolidamento e la crescita aziendale, nonostante il difficile momento». L’azienda fa notare che «tale piano non è stato sufficientemente e tempestivamente sostenuto dagli altri soggetti coinvolti». E, fino a qui, si pensa ad una normale diatriba di carattere politico-sindacale, visto che tra i soggetti che quel piano non convinceva c’erano, sì, i sindacati, ma c’era anche la Regione e i comuni di Acquasparta, San Gemini e Montecastrilli.
L’affondo Ma subito dopo arriva la stilettata: «In vista dellʼimminente avvio della stagione estiva che prevede picchi produttivi, Sangemini, in maniera responsabile, ha deciso di avviare la procedura ex articolo 161 della legge fallimentare, per potere affrontare serenamente le strategie dei prossimi mesi. L’opportunità di tale procedura prevede che nei prossimi 60/180 giorni l’azienda presenti un nuovo piano di rilancio che la Sangemini auspica venga responsabilmente sostenuto e condiviso nell’interesse di tutti». E qui, qualche brivido lungo la schiena, comincia a correre.
In Tribunale In pratica la Sangemini avrebbe fatto richiesta di quello che si chiama ‘concordato preventivo’, che di fatto congela i debiti pregressi – si parla di circa 20 milioni di sofferenza – ed avvia una fase di amministrazione sottoposta al controllo di un giudice. Più o meno funziona così: si crea un flusso di cassa tutto nuovo rispetto a quello precedente e, per un periodo stabilito – che può arrivare, appunto a sei mesi – l’azienda può operare sul mercato, acquistando le materie prime necessarie pagandole, come pure il personale, con quanto ricava dalle vendite. A fine periodo, poi, si decide cosa fare. E qui sta il punto.
La paura Perché Sangemini dice due cose, importanti: parla della stagione estiva, che per chi vende acqua è importante e non a caso i sei mesi di cui si riserva di far uso scadranno proprio alla fine del periodo in cui ha necessità di far lavorare gli impianti al massimo; ma anche che chiede, come dire, maggiore ‘comprensione’ per il nuovo piano che presenterà e che, se dovesse incontrare ancora troppi ostacoli, metterebbe tutti di fronte alla drammatica possibilità di veder ridimensionare, proprio a causa dei debiti, la gran parte dei quali ereditati dalla proprietà precedente, le attività degli stabilimenti umbri.
Le reazioni I lavoratori, si legge in una nota siglata da tutte e tre le organizzazioni di categoria «ritengono questa decisione, presa senza alcun segnale o preavviso, un atto gravissimo, che smentisce clamorosamente quanto più volte dichiarato dagli interlocutori aziendali, relativamente al reale stato di salute della Sangemini». Dopo aver chiesto «che tutti i soggetti istituzionali si attivino con urgenza, poiché non è più possibile perdere tempo», per la «tutela del sito produttivo, poiché non ritengono più affidabile l’attuale proprietà» dichiarano «lo stato di agitazione e richiedono, da subito, l’interessamento del Prefetto».
Gli stipendi Ultimo, ma non certo per importanza, è il problema relativo agli stipendi del mese di marzo, che dovrebbero essere pagati il 10 aprile: l’incontro con il giudice, per l’accesso al concordato preventivo, che permetterebbe il pagamento degli stessi stipendi e del premio di produttività per il 2012, è in programma per giovedì 4 aprile, mentre per il 2 era già stato programmato un nuovo incontro tra azienda e sindacati. Se il giudice non darà il ‘via libera’, niente soldi. E allora potrebbero essere guai.
