Protesta lavoratori Isrim (foto archivio U24)

di M.T.

La definiscono «una vicenda assurda, ma emblematica di come la politica gestisce il nostro futuro e gli ormai pochi strumenti messi a disposizione per lo sviluppo territoriale». Gli oltre 30, tra dipendenti e collaboratori dell’Isrim, che da lunedì pomeriggio sarà ufficialmente ‘in liquidazione’, denunciano che «strutture vuote e macchinari altamente tecnologici resteranno il simbolo di uno strumento troppo sofisticato e troppo incompreso per essere adeguatamente supportato dalla nostra classe dirigente».

Il patrimonio L’istituto, denunciano «è un patrimonio pubblico, frutto di un investimento da 32 miliardi di vecchie lire (negli anni ‘90) che sta per essere svuotato della parte più preziosa del suo contenitore: ricercatori di affermata fama e di strategica importanza per oltre 200 piccole e medie imprese – sparse sul territorio nazionale e locale – andranno ad infoltire la già vasta schiera di disoccupati ed inoccupati. Trentadue famiglie si troveranno, a breve, sul lastrico».

Il fatturato Con un giro di affari – medio – di circa tre milioni e mezzo di euro all’anno, dicono i ricercatori, «l’Istituto, per 20 anni, ha fatto circolare sul territorio umbro valore ben al di al di là del suo investimento iniziale, attirando investimenti e ricchezza esogena nazionale ed internazionale: questo con buona pace di chi, in modo disinformato se non disonesto, insinua nell’opinione pubblica il dubbio che sia stato sprecato un patrimonio pubblico. Brevetti, pubblicazioni scientifiche e servizi avanzati di elevata specializzazione – commentano – non hanno dato a lor signori adeguate garanzie che, a fronte del superamento di questa fase di crisi, l’Istituto aveva tutte le potenzialità per tornare ad essere una risorsa per lo sviluppo del nostro territorio».

La crisi Nel caso Isrim, denunciano i ricercatori ed il personale, «le multinazionali non c’entrano. Sappiamo benissimo farci male da soli: come si fa a non capire che, se vogliamo essere protagonisti del nostro futuro e, oseremo dire, salvaguardare anche la nostra stessa autonomia territoriale, è necessario attivare e supportare, fin da adesso, tutti i processi e gli strumenti che ci consentano di gareggiare, ad armi pari, sul terreno dell’innovazione e dello sviluppo industriale di eccellenza?». Come si fa a non capire, chiedono, «che, se continueremo a liberarci dei nostri istituti di ricerca, continueremo ad essere nient’altro che terra di conquista per chi, i propri centri di ricerca e sviluppo li tiene altrove e viene qui solo per accaparrarsi l’ormai, residuo, patrimonio di conoscenze e di competenze faticosamente creato nei 100 e più anni di gloriosa storia industriale ternana?»

La politica La vicenda Isrim ha offerto all’Udc benzina da gettare sul fuoco: «Il sindaco china la testa, senza colpo ferire, nei confronti di una Regione sempre più matrigna verso il nostro territorio – attacca il capogruppo in consiglio comunale, Enrico Melasecche – e non solo non si oppone ma, come ha già fatto con il Consorzio aree industriali e con Umbria innovazione, tiene bordone, tace ed acconsente, come è suo costume». Ma Melasecche ne ha per tutti: e accusa di «menefreghismo completo» l’assessore Sandro Piermatti;  denuncia «i lautissimi premi e stipendi milionari che i soci di Sviluppumbria, Regione e Comune, erogano nei confronti di dirigenti apicali politicamente amici, ma capaci solo di fallimenti su fallimenti».

Il rinvio Nel pomeriggio di lunedì, quando il consiglio comunale si apprestava a votare  l’atto che avrebbe sancito la messa in liquidazione, i ricercatori si sono presentati a palazzo Spada ed hanno chiesto di poter esporre le proprie ragioni. Lavori del consiglio sospesi e lunga riunione con il sindaco ed i capi gruppo. Al termine la decisione: si rinvia tutto e si chiederà un incontro con l’assessore regionale Vincenzo Riommi, per cercare di individuare un percorso alternativo, di concerto con la Regione. Ma non sembra un percorso privo di  ostacoli.

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