Gianluca Rossi del Pd

di Marco Torricelli

Di solito, quando si parla di soldi, si dice che «la questione è di principio». E a Terni, di questioni del genere, ce ne sono parecchie. Di ‘principio’, appunto.

La fotografia Quattro esempi, relativi a realtà che in questo periodo sono quotidianamente sotto i riflettori, fotografano chiaramente quella che è la situazione del settore produttivo locale – se si ingrandisse, questa foto, metterebbe in evidenza come, nelle realtà di più piccole dimensioni, si registrano casi ancor più drammatici – e che ripropongono con estrema durezza un tema già più volte portato all’attenzione generale: la necessità di definire strategie non convenzionali per affrontare una crisi che rischia di diventare irreversibile.

Area di crisi complessa I casi sono quelli dell’Ast, della Sgl Carbon, della Sangemini e della (ormai ex) Meraklon Yarn. E ridanno slancio alla richiesta – i sindacati stanno, da giorni, cercando una formulazione comune – del riconoscimento di ‘area di crisi industriale complessa’, della quale il senatore Gianluca Rossi è, da tempo, uno dei più convinti sostenitori: «Credo che sia un’opportunità da cogliere, ma spetta al sistema istituzionale locale chiedere la procedura sia attivata, con una richiesta formale dal parlamento».

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Acciaierie I numeri imbarazzanti, e le dichiarazioni conseguenti, contenuti nell’ultimo report di Outokumpu – la multinazionale finlandese che deve disfarsi delle acciaierie Ast – ne sono un esempio lampante: 126 milioni di perdite nel primi nove mesi dell’anno e, soprattutto, la presa d’atto dei – con tutto il dovuto rispetto – ‘nipotini di Babbo Natale’: «Non ci aspettiamo alcun miglioramento materiale sul lato della domanda e l’eccesso di capacità globale in acciaio inox persiste». Mika Seitovirta, il Ceo, conferma che vogliono vendere «entro la fine dell’anno», ma fa capire che, ovviamente, la questione è di ‘principio’: insomma Aperam & C avrebbero offerto troppo poco, rispetto a quanto in Finlandia speravano di incassare e, quindi, si vedrà. Dal ‘principio’, in faccende come queste, non si transige. Ma le acciaierie ternane, e chi ci lavora, rischiano di pagare un prezzo troppo elevato.

Sgl Carbon Anche a Narni la questione è rigorosamente di ‘principio’: l’unico stabilimento italiano che produce elettrodi di grafite per i forni elettrici delle acciaierie rischia di chiudere (con inevitabili ripercussioni sull’intero sistema siderurgico, come la vicenda del rischio di fermata di alcuni impianti, in Italia e all’estero, in seguito allo sciopero dei lavoratori narnesi ha dimostrato) e le motivazioni vanno ricercate, anche, nelle pagine mai rese pubbliche di rapporti e scambi di corrispondenza. Già, perché alla Sgl Carbon, come in tutte le aziende che ‘mangiano’ energia elettrica per lavorare, il prezzo della bolletta è esagerato e si deve trovare il modo per abbassarlo. Come? Magari con una centrale per l’autoproduzione. Ma, ecco la questione di ‘principio’: chi la costruisce e chi la gestisce? Insomma: chi ci guadagna? Oltre 200 posti di lavoro, diretti e indiretti, dipendono da questo e, forse, è giunto il momento di fare chiarezza.

Sangemini Lunedì prossimo, sulla copertina del faldone che, in tribunale, contiene la storia recente di una delle più antiche e prestigiose aziende italiane che producono acqua minerale, potrebbe essere messo un timbro con su scritto ‘fallita’. Ovviamente per una questione di ‘principio’: la proprietà attuale, che aveva ereditato una situazione disastrosa e che non è riuscita a puntellarla, sul ‘principio’ non transige (per tradurre: o resta ‘dentro’, partecipando ad una nuova gestione e riceve una buonuscita per togliere le tende) e, sempre per il ‘principio’ c’è chi fa capire che, in fondo, rilevare l’azienda dopo il fallimento gli converrebbe. Anche qui ci sono circa 200 persone che aspettano.

Meraklon Yarn Qui la faccenda è data per risolta: la ‘sezione filo’ della vecchia Meraklon è passata all’Alpha Service (che, a differenza di Beaulieu, che si è presa la ‘sezione fiocco’ ex Meraklon, non ha nessun rapporto con il settore della chimica e, in particolare, con quello specifico di cui ha deciso di occuparsi). Gli accordi sono stati firmati e il notaio è pronto a redigere gli atti. Assunzioni a tempo determinato, corsi di riqualificazione e promesse, per ora, si sprecano. Le uniche certezze, però, al momento riguardano i 10 lavoratori (su oltre 100) assunti con un contratto stabile e i circa 40 che finiranno in mobilità. Il fatto che l’accordo sia stato raggiunto quando stava per scattare la procedura fallimentare, ovviamente, è una coincidenza: un’altra questione di ‘principio’.

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