L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato in seduta plenaria, con 355 voti favorevoli contro 247 contrari, un emendamento alla revisione del regolamento Ocm (Organizzazione comune dei mercati) che vieta l’uso di termini tradizionalmente associati alla carne — come “burger”, “salsiccia”, “bistecca” o “scaloppina” — per prodotti vegetali. Se la versione finale del regolamento, frutto dei triloghi fra Parlamento, Consiglio e Commissione, confermerà questa impostazione, a partire dal 2028 questi nomi diventeranno esclusivi degli alimenti contenenti carne.

Da una parte, promotori del divieto come il Ppe, alcune associazioni agricole e gruppi del comparto zootecnico affermano che la misura tutela la chiarezza delle denominazioni e la tradizione culinaria europea, garantendo che il consumatore non sia indotto in errore. Dall’altra, organizzazioni rappresentanti produttori vegetali e associazioni di settore considerano la norma pericolosa per l’innovazione e per il mercato emergente delle alternative vegetali.

Secondo i sostenitori del divieto, termini fortemente evocativi come “burger vegetale” rischiano di creare confusione tra prodotti di origine animale e vegetale, mentre i critici sostengono che, a condizione che le etichette siano chiare e non ingannevoli, tali denominazioni svolgono una funzione informativa utile per il consumatore sul modo d’uso del prodotto.

Va ricordato che nel 2024 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, intervenuta su un contenzioso fra Beyond Meat e un decreto francese che vietava l’uso di denominazioni di tipo “meaty” per i prodotti vegetali, aveva stabilito che in assenza di una definizione legale europea non fosse consentito proibire termini “consuetudinari” come “burger” o “salsiccia” per prodotti vegetali, purché l’etichettatura non risultasse ingannevole. Alcuni critici oggi interpretano il voto del Parlamento come un passo che contraddice quella decisione giudiziaria, mentre altri sottolineano che la proposta legislativa attuale si basa su un quadro normativo diverso e su competenze di regolazione proprie del legislatore europeo.

Un elemento importante nel dibattito è il peso economico del mercato plant-based in Italia. Le vendite al dettaglio di alimenti a base vegetale nel 2023 sono state stimate attorno ai 641 milioni di euro, con una crescita significativa rispetto al biennio precedente (+16,1% rispetto al 2021), e stime più recenti suggeriscono che il comparto abbia superato i 700 milioni di euro nel 2025. Questo contesto evidenzia come le alternative vegetali stiano acquisendo peso non più soltanto simbolico, ma anche economico e di mercato.

Per quanto riguarda l’Umbria, non sono disponibili dati specifici pubblici che mostrino in modo articolato l’impatto del settore plant-based nella regione. Tuttavia, la regione è attiva in iniziative di innovazione alimentare: per esempio, l’azienda locale Food Evolution ha promosso in Umbria produzioni legate all’“agricoltura del domani”, posizionandosi come uno dei soggetti pionieri nella produzione vegetale locale. Nel contesto regionale, dove l’economia si concentra principalmente nei servizi, nel turismo e nell’agricoltura, ogni cambiamento normativo con ripercussioni su filiere agroalimentari potrebbe avere ricadute per produttori locali e per chi cerca di innovare nel comparto vegetale rispetto alle produzioni tradizionali. (Secondo dati macroeconomici, l’agricoltura, pur rappresentando una quota modesta del Pil regionale, è parte del tessuto produttivo umbro).

Attualmente il dossiers passa alla fase dei triloghi, dove Parlamento, Consiglio e Commissione negozieranno i dettagli del testo finale. Le decisioni del Consiglio — che rappresenta gli Stati membri — e gli orientamenti della Commissione saranno decisivi nel confermare, modificare o mitigare le restrizioni approvate dall’Eurocamera. Alcuni osservatori ritengono che ci possano essere compromessi o restrizioni sull’ambito applicativo del divieto.

In questo confronto le preoccupazioni espresse da entrambe le parti — tutela del consumatore e trasparenza da un lato, e promozione dell’innovazione e libertà di mercato dall’altro — dovranno trovare un bilanciamento. Per l’Italia e per le regioni come l’Umbria, la posta in gioco è rilevante.

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