di Marta Rosati 

«Dubbi, perplessità, tanti timori per la possibile chiusura di un forno, il paventato taglio drastico del personale impiegatizio e non solo, ma la storia poi con la sottoscrizione dell’accordo del 3 dicembre ci ha dato ragione, ha consentito la sopravvivenza dell’acciaieria per quella che è ancora oggi sotto la nuova proprietà, Arvedi. All’epoca con quella firma, furono scongiurati scenari nefasti. C’è rammarico per alcuni impegni disattesi, soprattutto quelli di parte politica, ma Terni ha ancora pagine da scrivere nel settore della siderurgia».

Il 17 ottobre 2014 Riccardo Marcelli, attuale segretario regionale Cisl, non ha dimenticato certo le fuoriuscite incentivate, per larga parte sofferte, che segnarono la vertenza Ast ai tempi di Lucia Morselli (era il 2014), ma è dagli aspetti positivi che intende ripercorrere la storia di quella lunga mobilitazione dai cancelli di viale Brin fino al cuore della città, verso i caselli autostradali, nelle piazze romane macchiate di sangue e in quelle vie cittadine da brivido riempite da decine di migliaia di ternani a simboleggiare un incommensurabile scudo levato sul sito di viale Brin e quelli di Maratta e Sabbione al tempo guidati dalla multinazionale Thyssenkrupp. Esattamente otto anni fa, il 17 ottobre 2014, piazza Europa e piazza della Repubblica non riuscivano a contenere la folla, l’intero Corso Tacito era una fiumana di manifestanti; cittadini che risposero all’appello di lavoratori e sindacati: unirsi contro la cancellazione della storia delle acciaierie ternane perché il piano del gruppo tedesco avrebbe rappresentato un punto di non ritorno per il tessuto economico e sociale di un vasto territorio dell’Umbria sud.

La testimonianza «Il 17 ottobre potremmo definirlo il culmine di una serie di iniziative che iniziarono in estate, un’escalation di attività sindacale che coinvolse dapprima i lavoratori diretti di Ast, poi quelli delle controllate, quindi gli addetti delle ditte terze e infine la città tutta. Quella data e quella dell’assalto alla palazzina di Pix 1 sono quelle che ricordo con maggiore pathos». Parla chi all’epoca era a capo della segreteria Fim Cisl di Terni, ancora oggi prima organizzazione sindacale all’interno di Ast, è la voce di chi sentiva la pressione di centinaia di lavoratori preoccupati e la responsabilità di quanto si sarebbe potuto verificare durante i presidi: «Arrivò un momento – rivela Marcelli – in cui al prefetto ci trovvammo costretti a dire che non eravamo più in grado di garantire l’ordine pubblico».

FOTOGALLERY: LA MANIFESTAZIONE
VIDEO: LE PRIME INTERVISTE
VIDEO: IL CORTEO PARTITO DA VIALE BRIN
VIDEO: LA FOLLA PER LE VIE DEL CENTRO
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VIDEO: TENSIONE MANIFESTANTI-SERVIZIO D’ORDINE
VIDEO: LE PAROLE DI ROBERTO DI MAULO
VIDEO: I FISCHI PER I LEADER SINDACALI
VIDEO: PADRE A ANTAGONISTI, NON ROVINATE TUTTO

Storie d’acciaio I numeri uno delle segreterie dei metalmeccanici erano preda di tensioni operaie, avevano l’agenda piena di impegni con la politica, le istituzioni, difficoltà di dialogo con l’azienda, terrore di fallire nella mission di salvaguare Acciai speciali Terni: «In questo senso il 17 ottobre 2014 rimarrà nella storia. Le ore precedenti l’avvio del corteo sono per me indimenticabili come le numerose chiamate telefoniche intercorse tra me e l’allora collega della Fiom Claudio Cipolla. Sentivamo tutto sulle nostre spalle. Dalla formazione del cordone all’accoglienza di politici e leader nazionali delle organizzazioni sindacali, fino alla riuscita dell’evento senza contestazioni o scontri». Le serrande dei negozi abbassate, le piazze gremite, il silenzio all’intervento appassionato dei coordinatori dei delegati sindacali Ast, qualche fischio ad accompagnare le parole dei sindacati nazionali, ma la gente alle finestre, gli applausi scroscianti, gli striscioni con gli slogan più signifacativi della vertenza, i caschetti blu, le maglie stampate per l’occasione. Quel 17 ottobre condensato in una foto è una comunità che si stringe attorno a una fabbrica per difenderla da chi tentava di minarne la sopravvivenza con la stessa forza industriale che esprime oggi. Per Mercelli è anche il saluto e l’abbraccio dei figli prima di uscire di casa, quel segno che la famiglia lo stava sostenendo nel lavoro che stava svolgendo, con affetto e stima.

Acciai speciali Terni «Quel periodo ci ha tolto il sonno, ma Morselli, è innegabile, ha scosso la città. Quella fase ha innescato la neccessità di un cambio culturale del quale oggi, già sol nel periodo di transizione che accompagna l’assestamento della gestione Arvedi, occorre far tesoro. Allora furono tagliati alcuni terminali con la città». E forse era solo l’inizio. Marcelli lo dice in modo più sfumato ma un attimo dopo è a illustrare dal suo punto di vista il new deal: «Il primo incontro di Arvedi con la Regione è avvenuto a Perugia; il primo segno di un ruolo istituzionale politico diverso da quello al quale eravamo abituati. Ciò ha avuto un risvolto in termini di peso specifico sul ruolo giocato dal sindaco di Terni ad esempio. Il cambio di proprietà di un’azienda come Ast che ancora oggi rappresenta la principale industria per dimensione, occupazione e Pil, avrebbe dovuto rappresentare l’occasione per siglare un patto di territorio in grado di restituire una comunità autonoma, vivace e attrattiva allo stesso tempo, una realtà dalla Valnerina all’Amerino forte per turismo, energia, università, industria e ricerca; invece oltre all’esclusione dei sindacati dall’Accordo di programma, c’è solo chiusura e non volontà di discutere e condividere scelte e visioni sullo sviluppo economico, quanto sulle sfide green a idrogeno e non, o sulle risorse da Pnrr».

Arvedi a Terni E si arriva parlando al sistema delle relazioni anche interne all’Ast: «Lo schema è nettamente mutato. Probabilmente con Morselli è iniziato un piano di privatizzazione vera ma il management sino ad allora era legato all’era delle partecipazioni statali, poi sono subentrate le logiche della finanza. Burelli ha intercettato importanti risorse ed è stato a torto bistrattato da alcuni pur avendo portato importanti elementi di innovazione. Oggi una valutazione sul nuovo numero uno di viale Brin non è ancora possibile effettuarla. Il periodo è ancora di transizione, complice soprattutto il periodo viziato da caro energia, difficoltà di approvvigionamento materie prime e mercato dell’acciaio in caduta libera. Sin quando non sarà conclusa la fare di riorganizzazione della fabbrica e quella della struttura commerciale, soffriremo certi silenzi. Di buono c’è la stabilizzazione avviata dei lavoratori interinali (ad oggi 35, sono circa 100). Negativo il fatto che il piano industriale sia rimasto impresso su una slide e privo di approfondimenti. Ciò detto, nessuno mette in dubbio le capacità industriali di Arvedi. Piuttosto – sprona il prossimo Governo – sia chiaro che la siderurgia non si decide a Terni».

Riccardo Marcelli Una nuova pagina tutta da scrivere quella che ha davanti Arvedi, da otto anni a questa parte però Ast ha continuato ad essere la principale azienda del territorio, punto di riferimento per l’economia locale e perno della tenuta sociale del territorio: «Certo però che se da allora gli imprenditori che orbitano attorno alle fortune di Ast non si sono guardati attorno, allora dall’era Morselli non hanno imparato nulla, oggi rischiano» avverte Marcelli. Sollecitiamo allora il segretario Cisl sulle grandi partite annunciate da Arvedi: l’investimento sul magnetico, pur in uno schema integrato con Cremona ancora tutto da decriptare, e lo scorporo del Tubificio a partire dal prossimo primo gennaio: «Nel primo caso, pur ricordando la dura battaglia contro la dismissione di quelle produzioni, riconosco oggi come queste abbiamo permesso di restituire alla città l’acciaieria attuale con linee che hanno sostituito quella; dall’altro, pur avendo sempre difeso l’integrità del sito, è in un contesto complessuivo che va inquadrata l’operazione. Il fenomeno va sicuramente attenzionato». Monitoraggio sì insomma, soprattutto tenuto conto delle produzioni anche cremonesi di Ilta Inox, ma non troppe preoccupazioni. nell’animo di Marcelli pesa più il rammarico per l’occasione persa in questa fase: «Con Cgil e Uil si era suggerito il passaggio di poprietà di Ast come il grimaldello per ripensare una ‘Terni della manifattura sostenibile’, ma la politica evidentemente non è pronta».

 

 

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