di Mar.Ros.
«Non scioperate, non trovate pretesti per incrociare le braccia. Se c’è un problema, che esca fuori». Il monito del cavaliere Arvedi, mettendo piede a Terni per la prima volta, parlando ai rappresentanti dei lavoratori di Ast, da neopresidente della società. Un appello che bene si sposa con la richiesta incessante di profittabilità e riconquista di terreno sul campo della competitività industriale del sito siderurgico della Conca. Una richiesta che, per la seconda volta dall’avvio della stagione Arvedi a capo della fabbrica di viale Brin, cade nel vuoto; venerdì 22 aprile, come lo scorso 8 marzo, per uno sciopero indetto dall’Usb, la sigla meno rappresentativa e anche l’ultima entrata in casa Ast. In quel caso si dice si siano verificate anche frizioni tra sindacati metalmeccanici, per i necessari interventi nei reparti, ricaduti sulle spalle di altre sigle.
L’acciaieria si ferma Lo sciopero anche in questo caso è nazionale e investe tutti i settori, lo slogan è ‘Tempo di variante operaia’ e le rivendicazioni sono negli aumenti salariali, contro l’aumento delle spese militari e contro la guerra. L’adesione registrata in Acciai speciali Terni è stata pari al 9% durante il turno di notte (18 persone) e 35% venerdì mattina (100 unità); se sia ideologica o pretestuosa, solo le coscienze di chi non si è presentato al lavoro possono saperlo, sta di fatto che è stata sufficiente a determinare lo stop di quasi tutti gli impianti, sia in area a caldo che in area a freddo. Esigue o del tutto nulle invece le assenze al Tubificio o al Centro di finitura dove si lavora secondo la tabella di marcia. Secondo quanto trapela dalla fabbrica, lo sciopero si sarebbe verificato all’indomani di un rinnovato richiamo da parte del cavaliere Arvedi al senso di responsabilità dei lavoratori, accompagnato da una disponibilità, a confrontarsi sui temi strettamente legati alla fabbrica (criticità che sarebbero anche emerse per l’occasione), che a quanto pare non è bastata.
L’era Arvedi Lo stop agli impianti, si sa, è uno stato di cose che l’imprenditore cremonese non digerisce. Ne è un esempio lampante la produzione persa in due giorni nel sito lombardo, recuperata a Pasqua e Pasquetta con incentivo economico. Ma tra la storia recente del cavaliere Arvedi nella sua città natale e quella ternana che da tempo ha superato il secolo ci sono almeno tre sigle sindacali in più e una lunga gestione Thyssenkrupp di differenza; questo per dire che la generazione che lavora oggi in fabbrica e con la quale la nuova proprietà deve ancora prendere evidentemente confidenza, ha abitudini radicate. Il monito di non scioperare per il bene dello stabilimento, del suo futuro e dei volumi produttivi, dalla multinazionale tedesco è arrivato forse una sola volta: dopo un mese di sit-in ai cancelli, nel 2014, quando l’allora Ad Lucia Morselli si presentò di notte tra gli operai in viale Brin. Ma quella era proprio tutta un’altra storia; ora la pagina è stata voltata e i nuovi vertici non perdono occasione per sottolinearlo: in segno di rottura col passato, con la volontà di guardare avanti per fare gli investimenti pianificati.
