di Marco Torricelli
Lassù, al nord, sembrano tranquilli: «Tutta la documentazione è già pronta da tempo e siamo solo in attesa che venga presentata in tribunale». Ma da quaggiù, al centro e anche da laggiù, al sud, non arriva nessuna conferma. Anzi, non si risponde proprio. E la faccenda della Sangemini assume sempre più i contorni del giallo.
Il tribunale Loro, i giudici del tribunale di Terni, aspettano – per quanto non si sa ancora, ma aspettano – che alle promesse fatte seguano atti concreti. O, meglio, l’unico atto concreto possibile: la presentazione del piano di salvataggio della Sangemini e la relativa istanza di concordato: «Era tutto pronto – rivela ad Umbria24 una fonte confidenziale – per essere consegnato già dal 23 dicembre, ma forse si è preferito aspettare qualche giorno in più per redigere un documento più organico».
I sindacati E proprio al 23 dicembre risale l’ultima presa di posizione dei sindacati, che rimarcavano la «totale inaffidabilità di chi ha preso impegni ufficiali e formali davanti alle più alte cariche istituzionali», rivendicavano «la centralità e unitarietà del sito e dei marchi storici (Sangemini, Fabia, Grazia, Amerino e Fruit)» e respingevano «qualsiasi ipotesi di spacchettamento».
La Sangemini A presentare il «documento più organico» in tribunale doveva infatti essere proprio la Sangemini, ma nel suo quartier generale si attua la strategia del silenzio. E a Giuseppe Guerra, il direttore generale, va dato atto di una cosa: non è uno che si nasconde dietro giri di parole. Il centralinista mi lascia in attesa solo per pochi secondi, per poi comunicare che «ha detto che non parla con i giornalisti», mentre il cellulare del direttore commerciale, Stefano Gualdi, squilla a lungo e desolatamente a vuoto. Se stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli, prima della presentazione del piano in tribunale, lo scopriremo presto.
La Rdb Peggio ancora va con la Rdb, sì, il gruppo armatoriale campano Rizzo-Bottiglieri-De Carlini di cui Sangemini è uno degli ‘asset’ in portafoglio: «Non abbiamo nulla da dire – anche in questo caso è una centralinista a parlare – mi dicono che dovete rivolgervi direttamente allo stabilimento». Sì, grazie, ma lì non ci rispondono: «Mi dispiace, buona sera». Click.
I soldi Alla base di tutto, naturalmente, c’è una questione di soldi: tanto che, se non parla ufficialmente, da Sangemini vengono fatte circolare indiscrezioni che alimentano l’ipotesi secondo la quale non ci sarebbe per niente stato l’annunciato avvicinamento tra la richiesta (17 milioni di euro, necessari per far fronte alle richieste dei creditori) e l’offerta (13 milioni) fatta da Norda e Tramite. E sarebbe per questo che i documenti restano fermi.
Il fallimento Con il rischio concreto di mettere il tribunale nelle condizioni peggiori, facendo tornare ad aleggiare lo spettro del fallimento, in un settore in grande difficoltà – a novembre, per dire, è saltata per aria anche la Frisia, marchio storico delle acque della provincia di Sondrio, che sarà affidata ad un curatore fallimentare – e riproponendo tutti i dubbi sulla strategia che starebbe adottando il presidente di Sangemini, Roberto Rizzo, che non avrebbe mai smesso di tenere aperta la porta all’ipotesi di accordo con il gruppo Silva, ma che potrebbe anche essere tentato, in extremis, di ‘aprire’ a Francesco Agnello.
Agnello Lui, l’imprenditore campano che era uscito allo scoperto a dicembre ed aveva rilanciato proprio all’inizio dell’anno, si dice «tranquillo ed in attesa degli sviluppi, perché sono certo che la mia proposta è la più seria e concreta tra quelle circolate. Io – insiste Francesco Agnello – ho detto con chiarezza cosa voglio fare e quali sviluppi vedo per la Sangemini. Gli altri, mi pare, hanno solo fatto giri di parole».
