di Marco Torricelli
Hanno dato fiducia. Poi hanno aspettato. Ma adesso, di fronte a quella che, nel corso di un’assemblea, è stata definita «la situazione di stallo che si è creata in azienda», i lavoratori della ‘Sangemini acque’, cioè il ramo d’azienda preso in affitto da Norda, mordono il freno.
Magazzini pieni Quello che li preoccupa di più, dopo che da tre mesi il controllo di Sangemini è passato a Norda, è «il constatare che la gran parte della produzione e di imbottigliamento di acqua – è la lamentela – finisce regolarmente in magazzino (che sarebbe ormai al limite della capienza; ndr) invece di essere spedita verso quei canali di distribuzione che, ci era stato assicurato, la nuova proprietà aveva già individuato e con i quali, ci era stato sempre assicurato, erano già pronti dei contratti».
La Regione Rassicurazioni che dovevano essere state date anche alla Regione, visto che l’assessore Silvano Rometti, a marzo, nell’annunciare che «il nuovo gestore ‘Sangemini Acque’ del gruppo Norda, ha ottenuto il trasferimento temporaneo delle concessioni minerarie per poter garantire le attività di gestione dei bacini idrominerali e di imbottigliamento» aveva specificato che quella decisione era stata presa «confidando nelle note capacità imprenditoriali nel settore delle acque minerali dimostrate in questi ultimi anni da parte del gruppo Norda».
Stop alla produzione? Invece, e a denunciarlo sono stati gli iscritti alla Fai Cisl nel corso della loro assemblea, «le vendite non decollano e se continua questo andazzo saremo costretti a fermare la produzione». Simone Dezi, il segretario provinciale del sindacato spiega che «si tratta di normali dinamiche sindacali interne allo stabilimento, anche se è chiaro che dalla proprietà ci aspettiamo, oltre che delle risposte, soprattutto una nuova spinta propulsiva».
Le assenze Più deciso appare Michele Racanella, della Flai Cgil: «Inutile nascondere che siamo molto preoccupati – dice – e di sicuro la latitanza della nuova proprietà non aiuta a dissipare dubbi ed incertezze. Massimo Pessina, ma anche l’amministratore delegato, Lorenzo Falconi e il loro consulente, Angelo Pandolfo, sono stati sollecitati a più riprese, ma senza esito. Un confronto con loro, secondo noi, è indispensabile per comprendere appieno se e quali strategie vogliano mettere in atto».
Dirigenti in partenza? Una delle preoccupazioni dei lavoratori di ‘Sangemini acque’ deriva anche dal «mancato rinnovamento dei vertici dirigenziali, rimasti gli stessi di prima, corresponsabili del disastroso fallimento». Dirigenti come Domenico Cirillo, che viene accusato di non dare nemmeno risposte a quesiti di carattere salariale. Solo che Cirillo viene dato come partente, alla volta di Gaudianello – sempre del gruppo Norda – e, quindi, forse il meno indicato a farlo, in questa fase.
Il tribunale Sullo sfondo, ma nemmeno tanto, c’è sempre la vicenda relativa al concordato preventivo: il tribunale di Terni ha rinviato l’adunanza dei creditori al 27 giugno, dopo la richiesta, da parte dell’Inps, di una fideiussione – da parte della vecchia proprietà Sangemini – a garanzia dell’esposizione debitoria da parte dell’azienda (i commissari giudiziali l’hanno calcolata in circa 940mila di euro). Ma altri cinque milioni e mezzo la Sangemini li deve all’erario, circa un milione e 700mila euro li avanzano professionisti e fornitori, un milione e 100mila euro devono essere sborsati per cause da lavoro, circa 35o mila euro spettano ai dipendenti 170 mila euro mancano dal fondo rischi e oneri per gli agenti, 100mila dal Tfr, circa 90mila devono essere liquidati al collegio sindacale. Il totale è di circa 10 milioni di euro. Se per tutte queste somme dovesse essere richiesta una fideiussione, il rischio concreto che si prospetta è che l’intera operazione possa saltare per aria, rigettando la Sangemini in quel baratro dal quale si credeva fosse uscita.
