di Maurizio Troccoli
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Il consiglio dei ministri approva, con un decreto, un fondo che porta la data dello scorso 22 novembre, di 2,3 miliardi per salvare 4 banche: Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, e Carichieti. Il risultato è stato quello che le banche restano in piedi ma le obbligazioni dei loro clienti sono state azzerate, non valgono più nulla. La banca invece viene divisa in due pezzi, una ‘Bad bank’ ovvero un contenitore dove restano gli elementi negativi come i soldi prestati e mai riscossi e una ‘Good bank’ dove resta la merce positiva, ovvero risparmi e prestiti buoni che le persone restituiscono.A perdere il denaro investito in queste banche sono 12.500 persone. In sostanza si è trattato di una situazione simile a quella che riguarderà le banche a partire dal prossimo gennaio, grazie alla normativa comunitaria denominata ‘Bail-in’.
Chi perde i soldi e chi no Vediamo nel merito. Queste banche non sono fallite per altre ragioni se non quelle di avere prestato tanti soldi a soggetti che poi non li hanno restituiti o perché inaffidabili o per via della crisi, determinando quello che viene chiamata ‘sofferenza bancaria’. Chi ha comprato ‘obbligazioni subordinate’ ha investito su banche che versavano in simili condizioni, ovvero effettuavano prestiti senza le opportune garanzie. (Questo non vuol dire che c’è connessione diretta tra emissione di obbligazioni subordinate e situazioni di sofferenza delle banche). Va quindi fatta una distinzione tra chi investe su quella banca e sulla sua capacità di operare in economia, vendendo denaro e guadagnandoci e chi invece il denaro semplicemente glielo affida, lo deposita nei conti correnti. E a fare questa prima distinzione è innanzitutto lo stato che difronte a scenari di fallimento intende tutelare chi ha semplicemente affidato il proprio denaro rispetto a chi invece l’ha utilizzato, insieme alla banca, in operazioni economico-finanziarie. Quindi da un lato i risparmiatori (soggetti da tutelare), dall’altro gli investitori che si assumono un rischio.
Quanto sono sicuri i soldi in banca Quando fallisce una banca, fino ad oggi, interveniva lo stato a tappare i buchi. Con la nuova norma invece, i primi soldi che si vanno a recuperare per coprire il fallimento sono quelli degli azionisti, ovvero i titolari della banca. Se i soldi di questi non dovessero bastare, allora si va a prenderli dai creditori, cioè coloro che hanno acquistato le obbligazioni della banca, che hanno quindi investito sulla sua credibilità e sulla sua capacità di compiere le scelte economiche giuste. Queste obbligazioni sono di due tipi, ordinarie e subordinate. Queste ultime, che hanno riguardato lo scandalo di questi giorni, sono le più rischiose. Innanzitutto perché in caso di fallimento sono le prime a perdere tutto il loro valore. Insomma sono quelle per cui quando vai in banca a comprarle è probabile che chi te le vende ti abbia anche detto: ti fanno guadagnare molto e sono buone, pensa che per perdere i soldi deve proprio fallire la banca. In molti, quindi, pensando all’impossibilità di un fallimento e le acquistano. Solo dopo avere recuperato tutti i soldi delle obbligazioni subordinate, in caso di fallimento, si recuperano anche quelli delle obbligazioni ordinarie.
Investitori, risparmiatori o raggirati? Qui però veniamo a un altro aspetto relativo allo scandalo di questi giorni. Ovvero: chi le ha comprate era veramente disposto a rischiare tanto in cambio di quegli interessi? Da quanto emerge dalle cronache, sembra che parte di questi soggetti, tutto sono tranne che coraggiosi investitori. Piuttosto persone che avrebbero preferito interessi più bassi ma soldi al sicuro. Quindi si tratterebbe di raggirati da venditori agli sportelli che puntando sul rapporto di prossimità con i clienti, oltre che sulla scarsa attitudine degli italiani a informarsi in materia di regole bancarie, o ancora sotto presunte pressioni – denunciate in questi giorni dalle cronache – di superiori, hanno venduto obbligazioni a soggetti che non erano andati là con l’intendo di acquistare quel prodotto. Se così fosse – dice l’Europa – allora che denunciassero i truffatori e se un giudice darà loro ragione, saranno rimborsati, ma non ci si aspetti che sia lo stato a mettere i soldi per chi ha fatto un investimento consapevole (carte alla mano) del rischio. Anche perché gli italiani riflettono molto quando devono acquistare un’automobile, ma quando devono comprare obbligazioni per migliaia di euro, nella maggior parte, si affidano incautamente e firmano carte senza le dovute attenzioni.
Non si possono vendere allo sportello A questo punto alcuni esperti spiegano che siccome lo stato non obbliga alla formazione finanziaria e siccome è consapevole che la gente non sia formata in materia, sarebbe cosa corretta e giusta che alcuni prodotti bancari siano vietati ai cittadini comuni, quindi alla vendita agli sportelli. Cronisti hanno spiegato che chi è tenuto a controllare ovvero, Banca d’Italia e Consob, abbia comunicato alle banche (in questo caso Banca d’Italia) di non dovere vendere obbligazioni subordinate ai clienti allo sportello. E che quindi dire poi in tv che occorre una legge in tale direzione è inopportuno viste le direttive già emesse.
Ma i conti correnti? Una piccola parentesi va fatta sui conti correnti detti ‘sicuri’. Secondo la costituzione l’Italia tutela sempre il risparmio. Le normative in vigore stabiliscono che i depositi bancari, i conti correnti con cifre al di sotto di 100mila euro sono protetti, garantiti. Occhio però, perchè esperti dicono che in caso di fallimenti di grosse banche, dalle dimensioni come quella ad esempio della Unicredit, non ci sarebbero fondi sufficienti a ripianare e quindi, in quel caso, sarebbero a rischio anche i conti correnti al di sotto di 100 mila euro.
Come scegliersi la banca? Come fare a capire se è sicura? Scegliersi una banca sicura non è operazione semplice neppure per gli esperti. Questo particolarmente perchè i bilanci sono difficili da comprendere ma soprattutto, spesso, opachi. Il più delle volte può accadere che le sofferenze certe, ovvero i soldi che la banca ha prestato e non recupererà mai più, vengono messe in bilancio, come positività, quindi come crediti da incassare, falsando, spesso per cifre enormi, la condizione di salute apparente di quella banca.
Gestione allegra dei soldi Allarma il fatto che banche come l’Etruria, mentre versavano in condizioni disastrose fino al punto di rinunciare ad avere un rating – fatto questo che avrebbe dovuto allarmare oltremodo gli organi di controllo – ha avuto una gestione molto allegra dei soldi. Anche in altre banche, attualmente in condizioni molto rischiose, vengono raccontate dalle cronache situazioni al limite. C’è chi, ad esempio, effettua prestiti solo se il cliente acquista azioni.
Salvagente per gli obbligazionisti «insufficiente» Il governo, l’Italia, sta provando a individuare un salvagente per rispondere alla disperata domanda di recuperare i soldi da parte dei tanti obbligazionisti che si dicono truffati e raggirati. Tra questi ci sono persino persone di 90 anni a cui sono state sottoscritte obbligazioni per 10 anni, quindi dal profilo quantomeno incompatibile con una obbligazione subordinata. Ma un milione di euro, la cifra verso cui si orienta l’Italia è considerata «insufficiente» rispetto a tutti i soldi perduti.
Cosa può fare chi è preoccupato e ha sottoscritto obbligazioni Scenari simili si possono ripetere, e a partire da gennaio con la nuova normativa, diverse banche potrebbero replicare quanto visto in questi giorni. Il consiglio che esperti si sentono di dare agli obbligazionisti che sanno di avere firmato senza avere letto e senza avere approfondito come di dovere è il seguente: Andare nella propria banca, farsi consegnare i documenti firmati, il contratto con la banca e tutto quanto riguarda l’obbligazione sottoscritta. Poi leggere attentamente e magari farsi aiutare da un esperto per verificare se quanto sottoscritto corrisponde a quanto realmente voluto, e al rischio che si è stati disposti a correre. In caso la ‘fotografia’ che emerge dalle carte non riproduce la volontà reale di chi ha sottoscritto quel prodotto, allora pretendere dalla banca di rivedere e riscrivere l’accordo.
