di D.B.
«Una endemica, scarsa attenzione a un congruo investimento nel capitale umano» e, più in generale, «una insufficiente adozione di politiche aziendali basate su approcci innovativi capaci di gestire processi complessi che elevano la risorsa lavoro a fattore di crescita strategico per la competitività». Sono questi alcuni dei passaggi più interessanti dello studio dell’Agenzia Umbria ricerche dedicato a quello che è uno dei mali storici del tessuto socioeconomico umbro, ovvero quello dei salari più bassi della media.
Lo studio L’analisi, pubblicata sul sito dell’Aur, è stata realizzata da Elisabetta Tondini che sottolinea come l’Umbria sconti «una penalizzazione che molto ha a che fare con la traiettoria e i caratteri del suo sviluppo, con una prolungata, insufficiente propensione a investire nel capitale umano, con le fragilità economiche e finanziarie di quella parte del tessuto imprenditoriale locale più debole, meno capitalizzato e a minore contenuto di innovazione, dunque a più bassa produttività e profittabilità e a contenuta qualità gestionale e manageriale. Quando, invece, l’investimento più importante per aumentare la produttività è la qualità manageriale». Un quadro in cui a contare è anche l’assenza, in Umbria, di un grande agglomerato urbano, che svolgerebbe il ruolo di acceleratore di molti processi.
La distanza Nel complesso come spiegato settimane fa da Aur anticipando alcuni elementi della prossima Relazione semestrale (dedicata principalmente al tema dei bassi salari), in Umbria la retribuzione media annua nel 2022 è risultata pari a 30.872 euro e quella nazionale a 37.360 euro, con una differenza del 17,4 per cento. «Tale distanza – sottolinea Tondini – minima in corrispondenza degli apprendisti e massima tra i dirigenti, depurata dalla composizione per qualifiche, fa scendere il differenziale medio territoriale a -11 per cento. È una conferma che, ceteris paribus, in Umbria si guadagna comunque meno che in Italia». Uno svantaggio retributivo che, tra l’altro, si ritrova in tutti i settori considerati nell’analisi, con una punta massima nei servizi avanzati.
Qualifiche Parlando di qualifiche, «divari particolarmente ampi – nota Tondini – si evidenziano tra i dirigenti e i quadri che operano in taluni servizi (anche tradizionali) e nelle costruzioni. All’opposto, l’unico vantaggio retributivo per la regione si presenta solo tra i quadri e i dirigenti che lavorano nel settore istruzione, sanità, assistenza sociale». Ulteriormente svantaggiate poi sono le lavoratrici umbre, che guadagnano meno dei loro colleghi uomini.
La Cgil Commentando lo studio la segretaria regionale della Cgil Maria Rita Paggio parla di un «quadro drammatico di impoverimento dei lavoratori» e di una vera e propria «emergenza salari». «La fuga dei giovani e il declino demografico – dice – sono una delle conseguenze di questo arretramento». Per Paggio oltre ai problemi strutturali di cui parla Tondini ci sono anche le scelte: «Quella di riconoscere il valore del lavoro e di investirvi – sostiene – non sembra rientrare tra le priorità della classe imprenditoriale umbra». Per quanto riguarda le politiche regionali, per la Cgil «bisognerebbe finirla con bonus e finanziamenti a bando e indirizzare le risorse pubbliche verso quelle imprese che dimostrano di investire in un lavoro di qualità, attraverso la corretta applicazione dei contratti, la contrattazione di secondo livello, un’attenzione altissima a salute e sicurezza, l’abbattimento del gender gap, la formazione continua di tutti i dipendenti e un’organizzazione del lavoro non schiacciata verso una competizione tutta al ribasso». Nel complesso, per la segretaria occorre una vera e propria vertenza dedicata al tema salari, in Umbria come nel resto d’Italia.
