Un operaio in una fabbrica umbra (©Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi 

Sarà una crescita sostanzialmente piatta quella del Prodotto interno lordo umbro nel triennio 2023-2025. A certificarlo è lo Svimez (l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) nel rapporto, pubblicato nelle scorse ore, dedicato al tema «Dove vanno le regioni italiane. Scenari economici e andamenti territoriali 2023-2025». 

I numeri Secondo quanto scrive Svimez, nel 2023 la crescita del Pil dovrebbe attestarsi intorno al +0,2 per cento, mentre per quest’anno e il prossimo si parla rispettivamente dello 0,14 e dello 0,4 per cento; insomma, crescita piatta. Quanto al 2022 invece, i dati di Svimez e Istat sono sostanzialmente allineati: +1,2 per cento  (come noto il calcolo di questi numeri è piuttosto complesso e in generale quelli reali arrivano con circa due anni di ritardo). Svimez parla del 2023 come di «un anno di decelerazione» per l’economia italiana, con variazioni del Pil modeste e tendenze per il biennio caratterizzate da incertezza: per il 2024 si parla di un +0,6 per cento mentre per l’anno dopo di un +1,1 per cento.

EXPORT, PER L’UMBRIA UN 2023 CON IL SEGNO MENO

I territori A livello territoriale rimangono ampie differenze. Se la tendenza generale è quella di «una relativa vicinanza tra le varie circoscrizioni, questo non elimina alcune differenze strutturali andate consolidandosi nel corso del tempo». Al Nord per esempio, Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto «dovrebbero crescere di più» e in particolare queste tre regioni «quando riparte la domanda estera giocano un’altra partita rispetto al resto del Paese». Al Centro invece «Toscana e Lazio continuano ad allontanarsi da Umbria e Marche». E anche al Sud i percorsi sono differenziati.

Il Pnrr Per irrobustire questo scenario ci si affida, in Umbria come nel resto d’Italia ma in particolare nei territori dove i problemi sono più vecchi e strutturali, al Pnrr: «Per certi versi – sostiene l’Associazione – è qui che risiede la vera sfida del Pnrr: aggredire nei territori più in difficoltà da tempo quei nodi che ne ostacolano la crescita a saggi comparabili con le regioni più dinamiche. Interrompendo, così, la frammentazione dei percorsi di sviluppo regionali che si è consolidata da inizio millennio fino alla pandemia».

Lo scenario Tra il 2000 e il 2020 per esempio l’Umbria ha perso ben 69 posizioni nella classifica europea del Pil pro capite, passando dalla 72esima alla 141esima. Tra 2000 e 2022 invece una crescita «modesta» caratterizza le regioni centrali, con tassi di incremento del Pil intorno al cinque per cento, a eccezione dell’Umbria (-5,4 per cento) «il cui risultato negativo – nota Svimez – riflette principalmente il crollo del Pil nel corso della “lunga crisi” (-17,1 per cento)». Venendo ad anni più recenti invece tra il 2019 e il 2022, periodo fortemente segnato dalla pandemia, il Pil umbro è sceso di un ulteriore 1,6 per cento; un dato negativo quindi al netto del “rimbalzo” del 2021. Nello stesso arco temporale il valore aggiunto per l’industria in senso stretto è calato del 2 per cento mentre per le costruzioni, grazie alla grande quantità di incentivi, c’è stata una crescita dell’8,7 per cento. E proprio per quanto riguarda edilizia e bonus, nel 2023 l’Umbria si è piazzata settima in Italia per  investimenti ammessi a detrazione con il Superbonus (800 euro pro capite); in termini di Pil si parla del tre per cento, quinto valore in Italia. Negativi invece i dati relativi all’occupazione (tra il 2019 e il 2023 -2,2 per cento nella fascia 15-64 anni) e povertà relativa, tornata intorno al 10 per cento.

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