Una centrale Enel

di Daniele Bovi

Il vecchio impianto a turbogas della centrale termoelettrica di Pietrafitta verrà chiusi. Ad annunciarlo è stato l’amministratore delegato di Enel Francesco Starace nel corso di un’audizione che si è tenuta mercoledì pomeriggio alla commissione Industria del Senato. «Alcuni impianti elettrici – ha detto – non risultano più competitivi»: in tutto a rischio chiusura sono 23 ma tra questi quelli per il quale il destino è già scritto sono, oltre Pietrafitta, Trino (Vercelli), Porto Marghera (Venezia), Alessandria, Campomarino (Campobasso), Carpi (Modena), Camerata Picena (Ancona), Bari, Giugliano (Napoli). A Pietrafitta l’Enel non ha, per fortuna, intenzione di chiudere l’impianto principale a metano, che impiega circa 50 persone, bensì il vecchio impianto turbogas a ciclo semplice, «già indisponibile all’esercizio – spiega l’azienda – e privo di personale».

I problemi Se dunque i lavoratori di Pietrafitta, dopo qualche attimo di apprensione, tirano un sospiro di sollievo, i problemi che riguardano la centrale non spariscono. Le preoccupazioni infatti riguardano il limitato utilizzo dell’impianto principale e gli investimenti. Dopo oltre 40 anni nel corso dei quali ha bruciato lignite, la centrale nel 2001 diventa un ciclo combinato alimentato a metano capace di generare oltre 300 megawatt. Il problema sta però nel suo utilizzo ridotto: «Sono centrali a chiamata – spiega a Umbria24 Andrea Calzoni della Filctem Cgil – che devono rispondere nel minor tempo possibile e che vengono attivate solo quando c’è una richiesta straordinaria di energia». «Nel 2013 – aggiunge Marco Cappelloni, Cgil – ha funzionato per poco più di 30 giorni e nel 2014 qualcosa più di un mese. La chiamata arriva quando il solare e l’eolico vanno un po’ in crisi». Insomma, quando l’energia non basta si fa il numero di Pietrafitta per far tornare il sistema a funzionare. «Per questo – sottolinea Cappelloni – il nostro è un impianto molto utile».

Riorganizzazione «A Enel – osserva Calzoni – chiediamo investimenti per farla diventare redditizia». I timori di lavoratori e sindacati riguardano però nel complesso i piani che Enel ha per l’Umbria. Giorni fa a palazzo Cesaroni Cgil, Cisl e Uil hanno parlato di un progetto di ristrutturazione che «prevede per l’Umbria tagli pesanti, con la riduzione da tre a una delle Zone e da sette a quattro delle Unità operative». In più Perugia potrebbe perdere anche l’ufficio di coordinamento «che ha la funzione – spiegano i sindacati – di relazionarsi con istituzioni regionali e protezione civile. Esiste il rischio di assistere ad un progressivo smantellamento delle strutture regionali di distribuzione e produzione». All’azienda i sindacati, che accettano l’accorpamento delle Unità operative escluse quelle di Orvieto e Terni, propongono due Zone.

Meno personale Quanto al personale, sfruttando l’articolo 4 della Legge Fornero entro la fine del 2014 Enel ridurrà di 100 unità il personale in Umbria e di questi solo 25 saranno rimpiazzati. Tutti problemi che verranno trattati nel corso di un incontro già programmato tra la presidente Catiuscia Marini e l’amministratore delegato dell’azienda. Al centro di questo tavolo poi, come chiedono i sindacati, ci dovrà essere anche la questione della centrale a carbone di Bastardo, che l’azienda ha programmato di chiudere nel 2023 in assenza di interventi di riconversione da progettare in tempi rapidi. «Una data che però – conclude Cappelloni – è tutta da conquistare». Il tutto rientra in una strategia coerente dell’azienda che punta sempre di più sulle energie rinnovabili e sempre di più sulle tecnologie che considera obsolete.

Gli altri Quanto agli altri impianti in giro per l’Italia, ora tutto sta a capire ora che fine faranno. «Alcuni – ha spiegato Starace – possono avere un futuro nelle rinnovabili, biomassa in particolare, oppure essere soggetti a reindustrializzazione, altri vanno riprogettati come spazi urbani». Per quanto riguarda invece «le circa 700 persone occupate negli impianti – rassicura Starace – non abbiamo nessuna criticità occupazionale se non qualche trasferimento qua e là, saranno riallocati in altre parti dell’azienda o andranno in pensione».

Twitter @DanieleBovi

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