di Daniele Bovi
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Spostati da una città a un’altra come pedine sullo scacchiere di una strategia imprenditoriale che a loro risulta incomprensibile, irrazionale. Loro sono i 34 lavoratori della Engineering Ingegneria Informatica, azienda con sede a Perugia (in via Settevalli) di fronte alla quale, lunedì mattina, hanno dato vita a uno sciopero di otto ore (adesione totale) e a un presidio. Motivo, la chiusura della sede. Poche settimane fa infatti, al proprietario degli uffici e poi ai lavoratori è stata comunicata la disdetta del contratto d’affitto. Il primo novembre sono tutti fuori. L’offerta è quella di andare a lavorare in quel di Monteriggioni, provincia di Siena, a 125 chilometri di distanza. «Più o meno – spiega un lavoratore – sono mille euro di costi al mese». L’opinione che serpeggia tra sindacalisti e lavoratori è netta: «Questa – osservano amaramente – è un’offerta che non si può accettare e così in molti saranno costretti ad andarsene». Una sorta di licenziamento indotto, ‘morbido’.
I motivi Le motivazioni portate dai vertici per giustificare questa scelta sono due. La prima è «efficientamento», orrendo neologismo derivato dalla lingua inglese e ormai usato e abusato dalla pubblica amministrazione, e la riduzione dei costi. Ma tutte e due, spiegano, non stanno in piedi. Il lavoro dei 34 si svolge perlopiù di fronte a un computer: che senso ha, quale maggiore efficienza c’è, si chiedono, nello spostarci a lavorare a Siena? Per quanto riguarda il secondo motivo «la nostra sede – osservano – è quella che ha i costi più bassi». «Al trasferimento – dicono all’unisono Lorenzo Pierotti della Fim Cisl e Cristiano Alunni della Fiom Cgil – diciamo no». Il piano di riorganizzazione investe molte altre sedi in Italia, con una chiusura di sette unità su trenta totali.
La società La società, settemila dipendenti perlopiù in Italia ma con propaggini anche in Brasile, Argentina e Belgio, si occupa di fornire servizi informatici di alto livello a clienti (nessuno in Umbria) come ad esempio Telecom e grandi banche, il Comune di Milano, le multiutilities, il mondo della sanità, la pubblica amministrazione, la finanza e così via. E i conti, nonostante il momento di crisi, sono buoni: 800 milioni di fatturato e circa 100 di utili. «E’ un’azienda – spiega un lavoratore – ben solida e diversificata, che continua anche a fare acquisizioni. A luglio abbiamo ricevuto pure il premio di produzione». Nata da una costola della padovana Cerved, negli anni Ottanta viene presa in mano dall’ex dirigente Olivetti Rosario Amodeo e dall’imprenditore umbro Cinaglia che la fanno crescere e prosperare, fino allo sbarco in Borsa dove capitalizza circa 400 milioni.
Passaggio di mano Un 34,99% è detenuto da Cinaglia mentre questa estate il 29,9% in mano a Rosario Amodeo passa di mano con destinazione, dopo un tira e molla di anni, One Equity Partners, fondo che gestisce per la nota Jp Morgan qualcosa come dieci miliardi di dollari. Un’operazione, fermatasi sulla soglia dell’offerta pubblica di acquisto obbligatoria (30%), da 32 euro per azione: in tutto 116 milioni di euro. Poi la riorganizzazione, la chiusura delle sedi, e la sensazione che si fa largo tra i lavoratori di essere sacrificati per offrire, da subito, un buon risultato economico al nuovo socio. «Molti di noi per altro – dicono – non vivono neanche a Perugia ma a Gubbio, Foligno, Cannara. Come farebbero a raggiungere Siena?». Quasi tutti hanno tra i 30 e i 40 anni, molti con figli e mutui sulle spalle. Il 10 ottobre, primo appuntamento a Roma tra azienda e sindacati dove verrà ribadito il no netto al trasferimento.
