Studenti di fronte all'Università di Perugia (foto ©Fabrizio Troccoli)

di Maurizio Troccoli

In Umbria il nodo dei bassi salari di ingresso dei neolaureati emerge con una forza ancora maggiore rispetto al dato nazionale, perché si innesta su un mercato del lavoro caratterizzato da retribuzioni medie inferiori alla media italiana e da una struttura produttiva dominata da piccole e medie imprese. I dati della Total remuneration survey di Mercer, rilanciati dal Sole 24 Ore martedì mattina, offrono un quadro che, letto in chiave regionale, evidenzia criticità strutturali difficili da compensare.

Secondo l’analisi illustrata da Marco Morelli, amministratore delegato di Mercer Italia, la retribuzione lorda annua di ingresso dei neolaureati in Italia si attesta nel 2025 a 32mila euro, in crescita del 7 per cento rispetto ai 30mila euro del 2022. Un aumento giudicato insufficiente nel confronto europeo: in Germania il livello medio di ingresso supera i 57.500 euro, in Austria sfiora i 57mila, in Olanda arriva a 47.500 euro, mentre in Svizzera supera gli 89mila euro.

In Umbria quel valore medio nazionale di 32mila euro rappresenta un riferimento difficilmente raggiunto per molti giovani. I dati Istat mostrano come la retribuzione media da lavoro dipendente in regione sia inferiore di circa il 10 per cento rispetto alla media italiana, con uno scarto che tende ad ampliarsi nella fascia under 30. Nei primi due o tre anni di carriera, soprattutto nei servizi e nel terziario non finanziario, che a livello nazionale registrano retribuzioni di ingresso pari a 28.400 euro, molti neolaureati umbri si collocano stabilmente sotto la soglia indicata da Mercer.

Il confronto settoriale rafforza il quadro. A livello nazionale, il Life science è il comparto più competitivo, con 34mila euro di retribuzione di ingresso, seguito dalla manifattura con 33.525 euro. In Umbria la manifattura ha un peso rilevante, ma è composta in larga parte da imprese di dimensioni medio-piccole, lontane dal profilo delle aziende analizzate dalla survey, che hanno in media 1.430 dipendenti e un fatturato di 830 milioni di euro. Questo limita la capacità di offrire stipendi iniziali allineati ai benchmark nazionali.

Il tema del potere di acquisto, richiamato da Morelli, assume una valenza specifica anche in Umbria. Il costo della vita è più basso rispetto alle grandi aree metropolitane, ma non in misura tale da compensare differenziali salariali significativi. Nei centri urbani regionali, come Perugia e Terni, l’incidenza dei costi abitativi e delle spese di base riduce rapidamente il margine economico di stipendi di ingresso già contenuti, rendendo difficile l’autonomia dei giovani lavoratori.

Un ulteriore elemento critico è la lentezza della crescita retributiva. Mercer evidenzia come in Italia il divario con l’Europa si riduca solo nelle posizioni apicali, mentre resta ampio nelle fasi iniziali della carriera. In Umbria, dove le opportunità di avanzamento sono spesso limitate e legate alla mobilità geografica, questo si traduce in una maggiore propensione dei neolaureati a cercare lavoro fuori regione, alimentando una perdita costante di capitale umano qualificato.

Dalla survey emerge inoltre che solo il 16 per cento delle aziende italiane dispone di politiche strutturate per i neolaureati e appena il 36 per cento offre percorsi di carriera formalizzati. In un contesto regionale come quello umbro, segnato dalla prevalenza di piccole imprese, questi dati si riflettono in investimenti ridotti in formazione e sviluppo delle competenze, con effetti diretti sull’attrattività del lavoro qualificato.

Nel confronto europeo l’Italia resta nelle ultime posizioni per salari di ingresso, davanti solo a Spagna e Polonia, che però stanno crescendo a ritmi più sostenuti. Per l’Umbria, già penalizzata da salari medi più bassi, il rischio è di vedere ampliarsi ulteriormente il divario competitivo. Senza un innalzamento deciso delle retribuzioni iniziali e senza percorsi di crescita più rapidi e strutturati, la regione rischia di continuare a perdere giovani laureati, con ricadute di lungo periodo sulla qualità del lavoro e sulle prospettive di sviluppo economico.

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