di M.G.P.

Tutto è partito da una iscritta Uil dell’ospedale di Orvieto, nel lontano 2007. Di recente la sentenza n.289/2021 del Tribunale di Terni porta concretamente i risarcimenti relativi alla vestizione ad una lavoratrice dell’azienda ospedaliera locale assistita dalla Uilfpl. La stessa fa seguito ai pronunciamenti della Corte di Cassazione. La sentenza del Tribunale di Terni ha effetti diretti sulla ricorrente: risarcita con quasi quattromila euro. Ma la questione coinvolge circa 9 mila professionisti della sanità regionale che lavorano in turnazione. Giovedì mattina si è tenuta una conferenza stampa per illustrare gli aspetti legali e la portata, sia per i lavoratori sia per ricaduta economica sul sistema sanitario umbro.

L’iter processuale Si accende la curiosità del sindacato durante una riunione nella quale una dipendente dell’ospedale di Orvieto afferma di dover lasciare la sala per recarsi a lavoro, dovendo arrivare prima per indossare la divisa e fare le consegne. Era il 2007. Il segretario della Uilfpl, Gino Venturi, è incuriosito e chiede spiegazioni. Approfondisce la questione e formula una richiesta sindacale per il riconoscimento del tempo di vestizione. Partono allora decine di richieste alla Usl Umbria 2 di poter trovare una soluzione conciliativa presso l’Ispettorato del lavoro di Terni. La stessa iniziativa viene intrapresa nei confronti dell’azienda ospedaliera locale. Entrambe le strutture rifiutano ogni ipotesi conciliativa disconoscendo il diritto in questione. Intanto, altre organizzazioni sindacali avversano l’iniziativa. A seguito del suddetto rifiuto, il sindacato avvia, nel 2011 tramite l’avvocato Maurizio D’Ammando, delle vertenze al giudice del lavoro di Orvieto. La sentenza è favorevole ai lavoratori, riconoscendo le ragioni della Uilfpl. La Usl 2 però l’anno dopo propone appello e la sentenza della Corte di Appello di Perugia del 2012 riforma quella di Orvieto dando torto all’organizzazione sindacale. Passano altri sette anni e la Uilfpl, sempre a tutela dei lavoratori, torna sulla questione e fa appello alla Corte Suprema di Cassazione il cui pronunciamento arriva nel 2019: favorevole ai lavoratori e alle tesi sostenute dall’organizzazione. La questione vestizione assurge dunque a livello nazionale e il diritto ad essere considerata tempo di lavoro entra nel contratto nazionale di lavoro del comparto sanità. Il Ccnl ha decorrenza dal 2018. La Uilfpl Umbria avvia nel 2020 una centinaia di vertenze di lavoro chiedendo però prima alle aziende di trovare soluzione conciliative presso l’Ispettorato del lavoro. Le aziende non aderiscono, quindi vengono incardinare le cause, sempre tramite l’avv. Maurizio D’Ammando, in diversi tribunali regionali.

Il tribunale di Terni Il 15 luglio 2021 arriva la sentenza 289 da parte del Tribunale di Terni favorevole alla lavoratrice con la condanna dell’azienda ospedaliera Santa Maria di Terni al pagamento alla ricorrente di quasi quattromila euro, oltre accessori come per legge. L’azienda oltre ai propri legali è condannata a pagare anche le spese legali della ricorrente. La sentenza definisce l’ammontare del risarcimento in base alla complessa e meticolosa ricostruzione delle presenze giornaliere della ricorrente degli anni considerati, ricostruzione effettuata dai rappresentanti del sindacato dell’azienda ospedaliera, tra gli altri Mauro Candelori, presente alla conferenza stampa di giovedì.

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La vittoria della Uilfpl «Abbiamo combattuto per 14 anni al fine di far riconoscere un diritto – commenta durante la conferenza stampa Gino Venturi -. Oggi vogliamo lanciare un messaggio ai lavoratori: ‘Ciascuno faccia la sua parte, la sua vertenza o conciliazione. Noi siamo pronti ad assistervi’». Partendo dall’iniziativa di Terni negli anni sono state raccolte più di 700 cause: «Non ci siamo limitati a raccogliere le istanze dei lavoratori e a rappresentarle – commenta Marco Cotone, segretario generale Uilfpl Umbria -, abbiamo anche cercato di trovare accordi con le aziende dove possibile. L’atteggiamento della regione e delle aziende però è da irresponsabili – tuona – perché ancora non vengono applicate le norme e anche perché così facendo si aggravano i costi della collettività. Noi cerchiamo sempre di arrivare ad un accordo transattivo, ma l’arroganza delle aziende non ce lo permette». Ad oggi infatti la normativa del 2019 in Umbria è ancora inapplicata: «Ho curato e curo queste cause ormai da tempo – interviene il legale  Maurizio D’Ammando – e quello che mi fa più specie è la latitanza di queste aziende nel non capire che le cause possono comportare un grave pericolo per l’azienda stessa, trattandosi di tutti soldi che potrebbero essere investiti in altro, per esempio, per migliorare la sanità». Alla conferenza stampa è presente anche Mauro Candelori, il rappresentante Uil presso l’ospedale di Terni che ha ricordato l’iter procedurale che ha poi permesso di ricostruire le ore di vestizione da retribuire alla ricorrente in questione.

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