Indietreggiare sui brevetti significa esprimere un giudizio negativo sulla relazione tra impresa, ricerca e università che deve tradursi in vantaggio competitivo. Se non brevetti prima degli altri non ti assicuri una posizione di vantaggio sul mercato. Quindi perdi. E’ il quadro che emerge da una analisi di Unioncamere (i numeri sono stati elaborati dal giornalista economico Giuseppe Castellini).
Nel 2024 l’Umbria rallenta in modo netto sul fronte della proprietà industriale e lo fa in controtendenza rispetto al resto del Centro Italia. Le domande di brevetto europeo con titolari umbri scendono da 45 a 33, con una flessione del 26,7 per cento, pari a dodici domande in meno in un solo anno. È il terzo calo più marcato tra le regioni italiane e rappresenta un segnale che va oltre la fisiologica oscillazione statistica, perché riguarda un indicatore chiave della capacità competitiva di un territorio.
Il dato regionale si inserisce in un quadro nazionale che nel complesso mostra una frenata. Nel 2024 le domande di brevetto europeo con titolari italiani sono 4.612, 168 in meno rispetto al 2023, con un calo del 3,5 per cento. Non si tratta di un crollo, ma di un arretramento che pesa in una fase in cui la competizione internazionale si fa più intensa e le imprese sono chiamate a difendere margini e quote di mercato puntando su prodotti e soluzioni sempre più originali.
La distribuzione geografica delle domande di brevetto conferma un Paese diviso. Il Centro cresce nel complesso del 4,7 per cento, passando da 664 a 695 domande, il Nord-Est resta sostanzialmente stabile con un lieve +0,6 per cento, mentre il Nord-Ovest arretra del 7,7 per cento e il Mezzogiorno registra un calo più netto, pari al 16,5 per cento. Dove gli ecosistemi dell’innovazione risultano più integrati, con connessioni solide tra imprese, università, ricerca applicata, finanza e servizi avanzati, la tenuta è maggiore; nei contesti più frammentati la frenata si avverte con più forza.
Sul piano settoriale, nel 2024 continuano a pesare in termini numerici la produzione e i trasporti, mentre i segnali più deboli arrivano dalle aree tecnologicamente più avanzate. I comparti legati alla fisica e all’elettricità perdono complessivamente oltre cento domande rispetto all’anno precedente. È un elemento da non sottovalutare, perché quando il calo riguarda le tecnologie a più alta intensità di conoscenza, le difficoltà rischiano di amplificarsi, soprattutto nei territori chiamati a colmare ritardi strutturali.
In questo scenario il dato umbro appare ancora più critico. La regione, pur di dimensioni contenute, dispone di un patrimonio rilevante in termini di competenze e ricerca, a partire dalla presenza dell’Università degli Studi di Perugia e dell’Università per Stranieri. In teoria si tratta di un vantaggio competitivo, che dovrebbe tradursi in un flusso costante di innovazione industriale e di tutela della proprietà intellettuale. Il calo dei brevetti segnala invece una difficoltà nel trasformare ricerca, prototipi e conoscenze in risultati industriali strutturati e difendibili sui mercati.
Il confronto con le altre regioni rende il quadro ancora più evidente. Tra quelle con volumi non marginali crescono Toscana, con un aumento del 15,1 per cento, Emilia-Romagna con il 7,5 per cento, Liguria con il 5,1 per cento, Sicilia con il 5,6 per cento e Lazio con il 3 per cento. Sul fronte opposto, oltre all’Umbria, pesano le contrazioni di Abruzzo, che perde il 46,7 per cento, Friuli Venezia Giulia con il 25,2 per cento in meno, Puglia con il 24,2 per cento, Piemonte con l’11 per cento, Campania con il 9,5 per cento e Lombardia con il 7 per cento, pur restando quest’ultima la prima regione per numero assoluto di domande. La percentuale conta, ma conta ancora di più la continuità nel tempo: quando il flusso brevettuale si interrompe, riattivarlo richiede anni.
In Umbria il tema centrale diventa quindi quello del trasferimento tecnologico, il passaggio dalla ricerca al mercato. Gli strumenti esistono. L’Università di Perugia lavora da tempo sulla valorizzazione dei risultati scientifici e sulla nascita di spin-off; il sistema produttivo regionale può contare sull’Umbria Digital Innovation Hub per accompagnare le imprese nei percorsi di trasformazione digitale e innovazione; progetti come Vitality puntano su filiere avanzate con l’obiettivo di aumentare l’impatto sulle aziende. Se però i brevetti diminuiscono, significa che la “cinghia di trasmissione” tra ricerca e impresa non è ancora abbastanza rapida ed efficace, soprattutto per le piccole e medie imprese.
In questo passaggio assume un ruolo decisivo anche il sistema camerale. Dintec, agenzia in house di Unioncamere e delle Camere di commercio con Enea, opera proprio per portare strumenti e servizi di innovazione più vicino alle imprese. A livello nazionale, iniziative come i Punti impresa digitale e i programmi di accompagnamento alla trasformazione tecnologica mirano a ridurre la distanza tra chi produce e chi fa ricerca, traducendo bisogni aziendali concreti in progetti applicabili.
Il 2024 non rappresenta una sentenza definitiva, ma un segnale da interpretare con attenzione. Un brevetto non è solo un numero: è un’idea protetta, un vantaggio competitivo negoziabile, un potenziale di export che nasce sul territorio. Per l’Umbria la sfida è trasformare un patrimonio reale di competenze, università e reti di supporto in risultati misurabili e continuativi. Chi riesce a tornare a brevettare prima, torna a crescere prima. E in una fase di competizione globale sempre più serrata, il tempo diventa una variabile decisiva.
Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria, sottolinea che il calo dei brevetti chiama in causa l’intero sistema economico e istituzionale umbro: le competenze non mancano, ma va rafforzato il legame tra ricerca e imprese, soprattutto Pmi, trasformando il sapere in sviluppo concreto attraverso una sinergia stabile tra regione, università, Camera di commercio e associazioni di categoria.
Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere osserva che il rallentamento brevettuale registrato nel 2024 risente delle incertezze del contesto internazionale e conferma il ritardo dell’Italia rispetto ad altri Paesi europei, ribadendo la necessità di favorire con più decisione l’incontro tra impresa e ricerca.
Nel 2024 le domande di brevetto europeo con titolari italiani scendono a 4.612, 168 in meno rispetto al 2023, con un calo del 3,5 per cento: una frenata che non azzera l’innovazione, ma ne riduce la velocità in una fase di competizione globale sempre più serrata.
