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Excelsior è oggi la principale lente attraverso cui leggere in tempo reale il mercato del lavoro italiano. Il Sistema informativo realizzato da Unioncamere e ministero del Lavoro non si limita a registrare ciò che è già avvenuto, ma anticipa le scelte delle imprese, intercettando dove si stanno orientando produzione, investimenti e domanda di lavoro. Ogni mese oltre 100mila aziende vengono intervistate su quante persone intendono assumere, in quali settori, con quali profili professionali e con quali difficoltà di reperimento. È per questo che i dati Excelsior sono diventati uno strumento centrale per le politiche del lavoro, per la programmazione della formazione e per misurare la competitività dei territori. Anche in questa occasione ad analizzarli per noi è Giuseppe Castellini, giornalista economico.

In Umbria il 2026 si apre con un dato particolarmente positivo. Nel solo mese di gennaio le imprese hanno programmato 6.950 assunzioni, il 4,8 per cento in più rispetto a gennaio 2025. È una delle migliori performance a livello nazionale, superata soltanto da Valle d’Aosta e Calabria. La crescita è trainata soprattutto dai servizi, che segnano 280 avviamenti in più rispetto a un anno fa, mentre anche l’agricoltura registra un incremento, seppur contenuto, di circa 40 posizioni. L’industria nel suo complesso resta invece sostanzialmente stabile, con 2.620 ingressi programmati, un livello quasi identico a quello dello scorso anno. Il segnale che emerge è quello di una crescita iniziale concentrata soprattutto nelle attività a maggiore intensità di lavoro.

Allargando però lo sguardo all’intero trimestre gennaio-marzo, il quadro cambia. Le assunzioni previste scendono complessivamente da 18.090 a 17.850, con una riduzione di 240 unità, pari a un meno 1,3 per cento. Il rallentamento si distribuisce in modo simmetrico tra industria e servizi, entrambe in calo di circa 120 posizioni, mentre l’agricoltura resta sostanzialmente stabile. È un andamento che suggerisce come la spinta positiva di gennaio non si traduca automaticamente in una crescita solida e continuativa lungo l’arco del trimestre.

Dentro questi numeri emerge un nodo strutturale che accompagna l’economia regionale da anni: la debolezza delle attività ad alto valore aggiunto. Nel 2019 l’industria, considerando insieme manifattura e costruzioni, rappresentava il 43,9 per cento delle assunzioni umbre di gennaio. Nel 2026 questa quota scende al 41 per cento. A pesare è soprattutto la manifattura in senso stretto, che passa dal 31,8 per cento del 2019 al 27,1 per cento del 2025, scendendo stabilmente sotto la soglia del 30 per cento. Il dato centrale non è però solo la quantità di industria presente, quanto la difficoltà di far crescere i segmenti più avanzati, quelli che richiedono competenze elevate, tecnologie, capacità progettuale e un’integrazione più forte nelle filiere competitive. Un sistema produttivo può anche conservare una base industriale, ma se questa non evolve verso attività più sofisticate, la qualità del lavoro tende a restare ferma.

A sostenere l’occupazione è sempre di più il terziario. I servizi passano dal 56,1 per cento delle assunzioni del 2019 al 59 per cento del 2026. Commercio, turismo e servizi alla persona continuano a rappresentare pilastri fondamentali dell’economia regionale, garantendo redditi e tenuta sociale. I dati Excelsior non ne mettono in discussione la solidità, ma evidenziano piuttosto la scarsa presenza dei servizi avanzati alle imprese, come informatica, consulenza, progettazione, servizi tecnici e ricerca. Nelle economie più dinamiche questi comparti affiancano l’industria e contribuiscono ad aumentare la produttività complessiva. In loro assenza, anche un’economia ricca di servizi rischia di restare ancorata ad attività a basso valore aggiunto.

La struttura produttiva si riflette direttamente nei profili professionali richiesti. A gennaio 2026 in Umbria cresce la quota di assunzioni rivolte a persone con al massimo la scuola dell’obbligo o senza titolo, che passa dal 19 al 21 per cento, allineandosi alla media nazionale. Nello stesso periodo diminuisce la richiesta di diplomati, che scende dal 26 al 24 per cento, anche se resta rilevante la componente legata a qualifiche e diplomi professionali, sempre più centrali per molte imprese. La domanda di laureati resta invece ferma intorno al 13 per cento, contro una media italiana del 17 per cento. È un dato coerente con l’idea di una crescita quantitativa che fatica a tradursi in un salto di qualità, un fenomeno che riguarda diverse aree del Paese ma che in una regione piccola e a forte vocazione manifatturiera come l’Umbria pesa di più sulla capacità di avanzare nelle filiere produttive.

Accanto alla struttura dei settori emerge poi un altro elemento critico: la difficoltà di reperimento della manodopera. In Umbria oltre un’assunzione su due, il 50,2 per cento, è giudicata di difficile copertura dalle imprese, contro una media nazionale del 45,8 per cento. Nella maggior parte dei casi non si tratta di profili inadeguati, ma di una vera scarsità di candidati disponibili. Anche per questo cresce rapidamente il ricorso a lavoratori stranieri: la quota di manodopera immigrata richiesta dalle aziende passa dal 19 al 24 per cento in un solo anno. È un segnale che si intreccia con gli effetti dell’inverno demografico, destinato a incidere sempre di più sulla capacità produttiva regionale.

Nel complesso Excelsior restituisce l’immagine di un’Umbria che continua a creare occupazione, spesso con un’intensità superiore alla media nazionale. Allo stesso tempo, però, mostra uno spostamento del baricentro verso attività a minore contenuto di competenze, mentre cresce lentamente e con fatica la presenza di industrie e servizi avanzati in grado di generare più produttività e più valore. È su questo equilibrio, tra quantità dei posti di lavoro e qualità della struttura produttiva, che si gioca oggi una parte decisiva della traiettoria economica della regione.

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