di M.T.
La richiesta di servizi di assistenza per gli anziani entra sempre più spesso nella busta paga dei lavoratori. Non come aumento diretto dello stipendio, ma sotto forma di welfare aziendale: rimborsi, servizi e prestazioni che le imprese possono offrire ai dipendenti senza tassazione. È una tendenza nuova, che coinvolge anche i più giovani e che trova nell’Umbria, regione tra le più anziane d’Italia, un terreno particolarmente sensibile.
A fotografare il cambiamento è l’Osservatorio Hr Innovation Practice del Politecnico di Milano. Tra i lavoratori della Generazione Z, il 67 per cento considera importante avere servizi sanitari a supporto della propria salute e il 57 per cento ritiene rilevante disporre di servizi di assistenza per i genitori. È un dato inedito: per la prima volta, nella contrattazione della retribuzione, non entrano solo i bisogni legati ai figli – come l’asilo – ma anche quelli legati alla cura degli anziani, fino all’assistenza domiciliare o alle strutture residenziali.
Secondo Martina Mauri, direttrice dell’Osservatorio, questa domanda nasce dalla percezione di un welfare pubblico sempre più insufficiente. «Si cercano questi servizi nelle aziende perché c’è la percezione che il pubblico sia assente. È una richiesta destinata a crescere, anche se spesso manca ancora una reale personalizzazione dei pacchetti offerti».
Il contesto demografico spiega perché il tema è diventato centrale. In Italia quasi una persona su quattro ha almeno 65 anni e gli over 80 sono oltre 4,5 milioni. Le proiezioni indicano che nel 2050 gli anziani saranno più di un terzo della popolazione. All’aumento della longevità non corrisponde però un analogo aumento degli anni vissuti in buona salute, soprattutto per le donne. E mentre i bisogni crescono, la spesa pubblica media per anziano è diminuita, passando in pochi anni da 107 a 93 euro annui, con forti divari territoriali.
In Umbria questi numeri assumono un peso ancora maggiore. La regione è stabilmente ai primi posti in Italia per indice di vecchiaia e per quota di famiglie composte da persone sole anziane o da coppie senza figli. Un tessuto demografico che rende più frequenti i carichi di cura all’interno delle famiglie e che spiega perché il tema dell’assistenza agli anziani incida direttamente sulla vita lavorativa di migliaia di persone, soprattutto tra i 40 e i 60 anni.
In questo quadro si inserisce il welfare aziendale. Secondo un’indagine di Confindustria, nel 2025 circa il 28 per cento delle imprese applica un contratto aziendale e, anche se solo una quota ancora ridotta prevede misure specifiche per l’invecchiamento attivo o l’assistenza ai familiari non autosufficienti, il dato più significativo è che il tema è entrato stabilmente nella contrattazione di secondo livello. Il Rapporto Welfare Index Pmi 2024 di Generali conferma che salute, assistenza e conciliazione vita-lavoro sono oggi tra le aree di welfare più diffuse anche nelle piccole e medie imprese.
Ma cosa cambia concretamente per i lavoratori, anche umbri, in busta paga? Il punto chiave è la normativa fiscale. Dal 2016 il Testo unico delle imposte sui redditi prevede che le somme e i servizi erogati dal datore di lavoro per l’assistenza a familiari anziani o non autosufficienti non concorrano a formare reddito da lavoro dipendente. Questo significa che non sono tassati né per il lavoratore né per l’azienda. La legge di Bilancio 2025 ha inoltre ristretto e chiarito la platea dei beneficiari: oggi possono usufruirne il coniuge, i figli e gli ascendenti, quindi genitori, nonni e bisnonni.
La non autosufficienza viene definita in modo preciso: riguarda le persone che non sono in grado di compiere anche uno solo degli atti fondamentali della vita quotidiana, come alimentarsi, muoversi, curare l’igiene personale, e deve essere certificata dal medico. Per i familiari anziani, invece, la soglia di riferimento è quella dei 75 anni: in questo caso i servizi possono essere agevolati indipendentemente dallo stato di salute.
Le spese che possono rientrare nel welfare aziendale sono molte: rette di Rsa e case di cura, assistenza domiciliare con badanti o infermieri, servizi diurni comunali, trasporto, consegna dei pasti. Tutti costi che, in assenza di un adeguato intervento pubblico, gravano sempre più sulle famiglie. Non a caso, nel 2024 la spesa privata per salute e assistenza ha raggiunto 45,7 miliardi di euro a livello nazionale.
Parallelamente cresce anche il ricorso alle assicurazioni sanitarie. Il ramo “malattia” è passato da 3,3 miliardi di euro nel 2021 a una stima di 5,3 miliardi nel 2025, con una crescita del 60 per cento in quattro anni. A trainare non sono solo le polizze collettive legate al lavoro, ma sempre più quelle individuali, acquistate direttamente dalle famiglie per coprire bisogni sanitari e assistenziali, spesso legati all’età avanzata.
Per una regione come l’Umbria, dove l’invecchiamento della popolazione è strutturale e la rete familiare resta centrale, il tema del welfare per gli anziani non è più solo una questione sociale, ma anche economica e produttiva. La possibilità di alleggerire i carichi di cura attraverso strumenti fiscali e contrattuali può incidere sulla qualità del lavoro, sulla permanenza delle persone nel mercato occupazionale e sulla capacità delle imprese di attrarre e trattenere lavoratori.
Il rischio, al tempo stesso, è quello di una crescente disuguaglianza: chi lavora in aziende strutturate può accedere a servizi detassati, chi è fuori dal mercato del lavoro o impiegato in settori più fragili resta legato a un welfare pubblico sotto pressione o alle proprie risorse personali. È su questo crinale che si gioca una parte importante del futuro sociale dell’Umbria, tra invecchiamento, lavoro e sostenibilità dei sistemi di cura.
