©Fabrizio Troccoli

Il lavoro a tempo determinato è diminuito nettamente in Italia rispetto al periodo precedente alla pandemia, e nel quadro generale l’Umbria dimostra più capacità di altri nel trasformare gli instabili in stabili. Il dato è relativo al 2025, ma nello stesso periodo di riferimento, nella nostra regione si raggiunge il valore più alto della propria serie storica per la quota di lavoratori che si trovano in un’occupazione a termine da almeno cinque anni.

Sono i due indicatori del Bes elaborati dall’Istat e aggiornati per il 2025 da Umbria in cifre a consentire un confronto diretto con l’analisi realizzata da Adapt sui dati Eurostat. Il primo misura quanti lavoratori con un rapporto instabile, a distanza di un anno, risultano occupati con un contratto a tempo indeterminato. In Umbria la quota nel 2025 è stata del 19,2%, in calo rispetto al 20,4% del 2024 ma ancora leggermente superiore al 18,7% del 2023.

La distanza dal resto del Paese è particolarmente significativa. In Italia la stessa quota è precipitata dal 21,4% del 2023 al 12,3% del 2025. Anche il Centro ha registrato un forte peggioramento, passando dal 21,1% al 12,9%. L’Umbria, pur avendo perso nell’ultimo anno 1,2 punti, si mantiene quindi al di sopra sia della media nazionale sia di quella dell’Italia centrale.

Il dato racconta un mercato del lavoro regionale nel quale la temporaneità ha una probabilità relativamente elevata di trasformarsi in stabilità. Nel 2025, in Umbria, quasi un lavoratore su cinque tra quelli che avevano un impiego instabile è passato, nell’arco di un anno, a un contratto stabile. In Italia la proporzione è stata poco superiore a uno su otto.

La seconda faccia del fenomeno è però meno positiva. La percentuale di occupati con lavori a termine da almeno cinque anni è salita in Umbria dal 15,2% del 2022 al 19,1% del 2025, raggiungendo il massimo della serie storica. Anche in Italia il fenomeno è aumentato, dal 17% al 21,3%, mentre nel Centro si è passati dal 16,7% del 2021 al 20% del 2025. L’Umbria resta dunque sotto la media nazionale, ma registra una crescita di quasi quattro punti in tre anni.

Nel 2019 i dipendenti a tempo determinato in Italia erano circa 3 milioni; nel 2025 sono scesi a 2,517 milioni, 483 mila in meno, con una riduzione del 16,1%. L’incidenza sul totale dei dipendenti è passata dal 17% al 13,6%. Dopo il crollo del 2020, la ripresa del lavoro temporaneo del 2021-2022 è stata seguita da una nuova discesa, fino al minimo del 2025.

Il calo dello stock dei lavoratori temporanei, tuttavia, non significa automaticamente che sia scomparsa la precarietà. Lo stesso Adapt sottolinea che i dati aggregati non permettono di stabilire quanti rapporti a termine si trasformino in contratti permanenti e quanti, invece, vengano rinnovati o sostituiti da altri rapporti temporanei.

C’è poi la questione femminile. Un’analisi dell’Agenzia Umbria Ricerche sul mercato del lavoro aveva già evidenziato nel 2024 una forte incidenza del tempo determinato tra le lavoratrici umbre: quasi una dipendente su cinque aveva un contratto a termine.