di Dan.Bo.

In Umbria, nei prossimi cinque anni, dovranno essere sostituiti 44.800 lavoratori. Secondo l’analisi pubblicata nelle scorse ore dalla Cgia di Mestre, il 44,9 per cento delle sostituzioni riguarderà i dipendenti del settore privato (20.100 persone). Una quota al di sotto sia della media del Centro Italia (49,8 per cento) sia di quella nazionale (52,9 per cento).

Uscite La maggior parte delle uscite, quindi, interesserà lavoratori della pubblica amministrazione e autonomi. A rendere più complicato lo scenario è anche l’età dei dipendenti: l’indice di anzianità del settore privato in Umbria è pari a 73,3; questo significa che ogni 100 lavoratori under 35, ce ne sono 73 con più di 55 anni. Un dato più alto della media nazionale (65,2) e fra i più elevati d’Italia, superato solo da alcune regioni del Sud. Nel Centro Italia, solo le Marche (73,6) registrano un valore leggermente più alto. In termini assoluti le uscite, viste le dimensioni della regione, rappresentano uno dei numeri più bassi a livello nazionale: soltanto la Basilicata (25.700) e il Molise (13.800) prevedono uscite inferiori.

In Italia Sempre secondo la Cgia a livello nazionale, tra il 2025 e il 2029, saranno poco più di 3 milioni i lavoratori italiani da sostituire. L’ufficio studi parla di una «vera e propria “fuga” da scrivanie e catene di montaggio», con impatti «di portata storica» sul sistema economico e occupazionale. Secondo l’elaborazione basata sui dati Excelsior (Unioncamere-ministero del Lavoro), il 52,8 per cento delle uscite previste riguarda il settore privato, il 25,2 la pubblica amministrazione e il 21,9 il lavoro autonomo.

Le regioni Le sostituzioni più numerose si concentreranno in Lombardia (567.700 uscite), Lazio (305.000) e Veneto (291.200). Le quote più alte di dipendenti privati da rimpiazzare si trovano in Lombardia (64,6 per cento), Emilia-Romagna (58,6) e Veneto (56,5). Le più basse in Calabria (36,6), Molise (38,4) e Sardegna (38,5).

I settori Sette lavoratori da rimpiazzare su dieci sono occupati nei servizi (72,5 per cento), seguiti da industria (23,8 per cento) e agricoltura (3,6 per cento). I settori più colpiti saranno commercio (379.600 uscite), sanità pubblica e privata (360.800) e pubblica amministrazione (331.700). Tra le attività industriali spiccano le costruzioni, con 179.300 sostituzioni previste.

Invecchiamento Il progressivo invecchiamento del personale è un ulteriore fattore di allarme. In Italia, nel 2023, si contavano 65 lavoratori over 55 ogni 100 under 35. Due anni prima erano 61. Questo squilibrio, secondo la Cgia, renderà sempre più difficile il ricambio generazionale: «Gli imprenditori, non trovandoli sul mercato, dovranno contendersi i migliori dipendenti dei concorrenti – spiega l’associazione – offrendo a questi ultimi incrementi salariali significativi». Il fenomeno dell’anzianità lavorativa è particolarmente marcato nelle regioni più piccole. I valori più alti dell’indice si registrano in Basilicata (82,7), Sardegna (82,2), Molise (81,2), Abruzzo (77,5) e Liguria (77,3). Le regioni meno esposte sono Trentino Alto Adige (50,2), Lombardia (58,6) e Veneto (62,7).

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