Il futuro del settore delle costruzioni in Umbria si trova oggi a un bivio. Secondo la presentazione del 39° rapporto congiunturale e previsionale di Cresme, in programma oggi a Brescia, l’intero comparto delle costruzioni in Italia si prepara a entrare in una «nuova fase di mercato», segnata dalla fine dei grandi stimoli che hanno sostenuto la domanda negli ultimi anni. Con la conclusione del ciclo del Pnrr e del superbonus, il rapporto avverte che ‘senza superbonus e senza Pnrr’ la partita si giocherà sulla produttività, sull’innovazione e sulla capacità competitiva.

Per l’Umbria, che negli anni scorsi ha fatto ampio affidamento su quegli stimoli, lo scenario che si profila è di difficile transizione. Secondo l’ultimo report regionale elaborato da Ance Umbria, l’edilizia rappresenta circa il 12,5 per cento del Pil regionale. In termini di occupazione, il comparto assorbe il 24,2 per cento degli addetti nell’industria e il 6,4 per cento dell’insieme dei lavoratori regionali, un dato vicino alla media nazionale.

Nel periodo 2023‑2024, secondo Ance Umbria, le ore lavorate nel settore sono cresciute sensibilmente. Nella provincia di Perugia si registra un aumento del +9,8 per cento, a Terni del +7 per cento. Contemporaneamente la massa salari è salita in modo rilevante, e si stimano circa 2.500 imprese attive nel settore a livello regionale.

Questo trend positivo era stato accompagnato dalla realizzazione di migliaia di interventi promossi grazie al Pnrr, ma il 2024 segna una battuta d’arresto: gli investimenti in costruzioni calano del 4,9 per cento, e per il 2025 è stimata una ulteriore flessione del 7,7 per cento.

Secondo l’analisi di Ance Perugia, presentata a novembre 2025, l’Umbria vive una fase di “equilibrio instabile”: il settore non è in crisi immediata, ma le prospettive appaiono fragili. Il report segnala “forte incertezza economica e sociale”, un Pil regionale poco dinamico, un valore aggiunto tra i più bassi d’Italia e “un rischio concreto di rallentamento”.

Tra i fattori critici indicati c’è il cosiddetto “gap infrastrutturale”: molte opere strategiche — come strade, collegamenti ferroviari e infrastrutture di trasporto — restano incomplete o dipendono da future decisioni politiche e investimenti pubblici. Senza una nuova strategia condivisa, è difficile che il settore possa trovare un nuovo impulso.

D’altra parte, la struttura del patrimonio edilizio umbro — spesso obsoleta, con edifici costruiti prima delle normative più recenti — può diventare un’opportunità se si punta su riqualificazione, efficientamento energetico, manutenzione e rigenerazione urbana. In passato questi ambiti hanno rappresentato una quota significativa del lavoro, e potrebbero tornare centrali.

Un elemento a favore del mercato del lavoro resta anche per il 2025: secondo i dati diffusi a inizio anno dalle camere di commercio umbre, il comparto costruzioni resta tra i settori con più assunzioni. Ance Perugia lancia l’allarme e propone una strategia regionale condivisa fra pubblico e privato, che metta al centro infrastrutture, rigenerazione, programmazione a medio termine, incentivazione di interventi manutentivi e di efficientamento, e nuove politiche abitative.

Secondo molti operatori, la parola chiave sarà “adattamento”: l’industria delle costruzioni — dopo anni di crescita trainata da stimoli esterni — dovrà imparare a sostenersi su basi più stabili: efficienza, qualità, sostenibilità, trasparenza e capacità di intercettare nuove esigenze sociali come la sicurezza sismica, l’efficienza energetica e la rigenerazione urbana.

In questo contesto, le risorse europee e nazionali che residuano dopo il Pnrr e i fondi strutturali 2021‑2027 rappresentano un’opportunità, ma soltanto se l’Umbria sarà in grado di attivarle con decisione. Le associazioni di categoria insistono su un piano regionale di sviluppo sostenibile, infrastrutture adeguate e un sistema abitativo moderno per evitare un arretramento strutturale.

Il 39° rapporto di Cresme segna un punto di svolta per l’intero Paese: per le imprese e i territori come l’Umbria sarà decisivo capire se l’impulso potrà venire da rigenerazione urbana, investimenti pubblici strategici e una politica concertata tra istituzioni e imprese — oppure se assisteremo a una stagione di rallentamento prolungato, con conseguenze sul lavoro e sul tessuto economico regionale.

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