di Daniele Bovi
Qual è lo stato di salute delle piccole e medie imprese umbre, ovvero dell’ossatura del tessuto economico della regione? Come hanno attraversato la peggior crisi economica degli ultimi decenni? Alcune risposte arrivano dal rapporto di Cerved e Confindustria diffuso nelle scorse ore, in cui si analizzano le condizioni di 111 mila pmi del Centro-Nord del paese, ovvero l’82 per cento del totale nazionale, in grado di generare 168 miliardi di euro di valore aggiunto (pari a oltre il 10 per cento del Pil italiano), con oltre tre milioni di addetti e un fatturato pari a 727 miliardi di euro. Dalla lunga serie di indicatori il quadro che emerge è quello di una regione dove dal 2007 la base di pmi si è ristretta di quasi il 10 per cento; anni dove quelle che sono riuscite a sopravvivere sono diventate più solide ottenendo però risultati, in termini di fatturato e valore aggiunto, ancora sotto i livelli pre-crisi mentre altre realtà più dinamiche del paese stanno recuperando più velocemente.
I numeri Segnali di ripresa, in termini di numero di pmi, ci sono stati nel 2015, con un aumento dell’1,5 per cento, mentre nel complesso delle regioni del Centro la perdita è quasi dell’uno per cento. Delle nuove realtà, se si guarda alle società di capitale quelle molto piccole, che versano cioè meno di 5 mila euro di capitale, sono andate costantemente crescendo dal 2008 a oggi, toccando una punta nel 2016 del 76 per cento delle nuove nate, tra i valori più alti d’Italia. Cinquantamila circa gli addetti circa impiegati, con 10 miliardi di euro di fatturato, 2,2 di valore aggiunto e 3,3 di debiti finanziari. E ad avere un maggior peso nel Centro Italia, Umbria compresa, sono proprio le piccole, che producono oltre la metà del fatturato (50,3 per cento) e del valore aggiunto (51,3 per cento), percentuali più alte sia della media nazionale sia di quanto osservato nel Nord-Est e nel Nord-Ovest.
Fatturato e valore aggiunto Proprio in termini di fatturato nonostante il recupero del biennio 2014/2015 (+3,3 per cento), dal 2007 al 2015 le pmi umbre hanno lasciato per strada l’8,5 per cento; Umbria che, insieme a Lazio, Lombardia e Marche è quella più distanti dai livelli di dieci anni fa, mentre le uniche ad andare oltre i livelli pre-crisi sono Toscana, Valle d’Aosta e Trentino. E non va meglio se si guarda alla sola industria (-5 per cento). Per quanto riguarda il valore aggiunto invece la flessione tra 2007 e 2015 è stata del 2,3 per cento, a differenza di quanto accade nelle altri ripartizioni territoriali, dove in termini nominali è aumentato. L’Umbria è tra le due sole regioni con il segno meno (peggio hanno fatto solo le Marche) nonostante il recupero degli ultimi tre anni, non sufficiente però per colmare il gap accumulato in quelli passati.
Redditività Segnali non positivi neppure a proposito della redditività lorda, quasi dimezzata durante la crisi, con un -48 per cento che è il dato peggiore in Italia; una flessione molto accentuata nei due periodi più duri della recessione (2008-2009 e 2011-2012), a fronte di un recupero molto più lento in quelli di espansione. Tra i più bassi a livello nazionale anche il livello degli utili nel 2015 (+3,4 per cento). Spostando l’attenzione sui debiti finanziari, questi dal 2007 al 2015 sono cresciuti del 18 per cento, ovvero l’incremento maggiore in Italia ma, se si guarda il problema da un’altra prospettiva, questi debiti sono diventati più sostenibili: dal 2008 infatti, complice la chiusura dei rubinetti del credito e il rafforzamento della capitalizzazione, il rapporto tra debiti e capitale netto è sceso dal 163 per cento al 92 per cento.
Consolidamento Tutto ciò tenendo però sempre a mente che in Umbria, come nel Lazio, i debiti finanziari in rapporto al margine operativo lordo rimangono particolarmente elevati. Nel complesso però, come accennato in apertura, negli anni della crisi quelle pmi che sono riuscite a sopravvivere si sono consolidate: dal 2008 a oggi è infatti in crescita la percentuale di quelle solide, che sono il 40 per cento, mentre quelle a rischio rappresentano il 21 per cento e non più il 29 per cento come nel 2008. Sotto la colonna dei numeri positivi invece da segnalare il calo dei fallimenti (ma la durata media di una procedura in Italia è di 8 anni abbondanti) e il numero dei mancati pagamenti ai fornitori.
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