Gli alimenti non sono tra i beni aumentati di più nel corso degli ultimi 10 anni

di Daniele Bovi

A dieci anni dall’introduzione della moneta unica europea i prezzi del «paniere» di prodotti acquistati dalle famiglie umbre è aumentato del 24,9%. A spiegarlo è l’ufficio studi della Cgia di Mestre che sabato ha diffuso uno studio,basato su dati Istat, relativo all’evoluzione della dinamica inflazionistica nel corso degli ultimi dieci anni. Un dato che colloca l’Umbria in linea con la media italiana (+24,9%) e relativamente lontano dalle regioni che guidano la classifica come Calabria (+31,6%), Campania (+28,9%) e Sicilia (+27,6%). Secondo quanto emerge dallo studio sono proprio le regioni del Meridione quelle dove si è registrata l’impennata maggiore.

Rincari più forti al Sud Le meno interessate dal «caro prezzi», invece, sono state la Lombardia, con un’inflazione regionale del +23%, la Toscana, con il +22,4%, il Veneto, con il +22,3% e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l’inflazione è lievitata «solo» del 21,7%. «E’ opportuno sottolineare che il maggior aumento dei prezzi registrato nel Sud non deve essere confuso con il caro vita. Vivere al Nord – spiega Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – è molto più gravoso che nel Mezzogiorno. Altra cosa, invece, è analizzare, come abbiamo fatto noi, la dinamica inflattiva registrata in questi ultimi dieci anni. La maggior crescita dell’inflazione avvenuta nel Sud si spiega con il fatto che la base di partenza dei prezzi nel 2002 era molto più bassa rispetto a quella registrata nel resto d’Italia. Inoltre – prosegue Bortolussi – a far schizzare i prezzi in questa parte del Paese hanno concorso anche il drammatico deficit infrastrutturale, la presenza delle organizzazioni criminali che condizionano molti settori economici, la poca concorrenza nel campo dei servizi e soprattutto un sistema distributivo delle merci molto arretrato e poco efficiente».

Così l’Umbria Tornando al quadro umbro, l’analisi settoriale mostra che i rincari più accentuati non sono quelli che riguardano cibo e bevande: nell’ordine, gli aumenti più pesanti li hanno fatti registrare alcool e tabacchi (+62,7%) e i costi legati alla casa uniti a quelli per acqua, elettricità e combustibile. Un +51,4% che vale la quarta posizione in Italia, dove la media si è fermata a +45,8%. Seguono i trasporti con un +41,3% vicinissimo al +44% del Piemonte che guida la classifica. Come detto, secondo i dati Cgia e Istat cibo e bevande (non alcoliche) non sono tra i beni per i quali si sono registrati gli aumenti maggiori: in Umbria, che occupa le ultime posizioni, in dieci anni sono cresciuti del 22,5%, poco meno che nel resto del Paese (+24%). Per l’abbigliamento i prezzi sono lievitati del 18,7%, mentre per l’istruzione del 28,1%. Per hotel e ristoranti del 24,8%. La sanità è un capitolo di spesa i cui costi sono rimasti in sostanza invariati: +0,8% contro una media dell’1,7. L’unica voce con il segno meno è quella delle comunicazioni (-30%). Di seguito riportiamo la classifica delle regioni italiane e i dati settoriali che riguardano l’Umbria con, tra parentesi, la media nazionale.

Calabria +31,6
Campania +28,9
Sicilia +27,6
Basilicata +26,9
Piemonte +26,0
Abruzzo +26,0
Valle d’Aosta +26,0
Trentino Alto Adige +25,7
Puglia +25,7
Sardegna +25,3
Marche +24,8
Friuli-Venezia Giulia +24,8
Umbria +24,7
Lazio +24,6
Liguria +23,7
Emilia-Romagna +23,2
Lombardia +23,0
Toscana +22,4
Veneto +22,3
Molise +21,7

I DATI SETTORE PER SETTORE

Prodotti alimentari e bevande analcoliche +24,7 (+24,1)

Bevande alcoliche e tabacchi +62,7 (+63,7)

Abbigliamento e calzature +18,7 (+19,2)

Abitazione, acqua, elettricità  e combustibili +51,7 (+45,8)

Mobili, articoli servizi per la casa +22,4 (+21,5)

Servizi sanitari e spese per la salute +0,8 (+1,7)

Trasporti +41,3 (+40,9)

Comunicazioni -30,3 (-28,6)

Ricreazione, spettacoli e cultura +6,3 (+9,7)

Istruzione +28,1 (+27,3)

Servizi ricettivi e di ristorazione +24,8 (+27,4)

Altri beni e servizi +37,1 (+32,7)

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