di M.R.

«Eravamo forse in pochi, a suo tempo, a sostenere quanto sentenziato dopo approfondite indagini con la condanna dei vertici aziendali Treofan. Quel maxi risarcimento (perlopiù legato ai finanziamenti per Battipaglia), purtroppo non ripagherà i lavoratori dei danni economici e morali. Abbiamo subito per anni e ancora oggi paghiamo». Così un ex dipendente Treofan, oggi Moplefan, commenta la sentenza della Corte dei conti dell’Umbria.

Condanna Kaufmann Martinese Tra le maestranze del sito del polo chimico di Terni c’è chi, dentro il nuovo ‘incubo incertezze’ (per quell’accesso al credito chiesto dai Polacchi che risulta complicato), ripercorre le difficoltose fasi che hanno segnato la fine della stagione Treofan-Jindal e aperto alla scalata verso la reindustrializzazione della storica fabbrica di film di polipropilene con gli impianti contesi con gli indiani che non volevano concorrenza. «I lavoratori hanno ‘tenuto botta’ 30 mesi, hanno sempre creduto nei macchinari e non li hanno fatti toccare. Hanno difeso un asset produttivo pagandone direttamente le conseguenze, senza ad oggi ricevere un grazie dalle istituzioni, neanche quelle locali che, invece, a fasi alterne, salgono sul carro dei vincitori per dare qualche notizia positiva per poi sparire nel nulla, mollando i problemi reali ai lavoratori e ai sindacati».

Accordo Jindal Davanti alla condanna degli apicali Treofan, la riflessione corre all’annuncio dell’inchiesta, arrivato pochi giorni dopo il sofferto e teso accordo siglato al ministero il 25 febbraio 2021. «Se la giustizia fosse arrivata prima, forse le cose sarebbero andate diversamente. Speriamo che le tempistiche della politica non siano le stesse – è il commento di un altro lavoratore -. Ricordiamo bene l’accordo di cassa Covid, subito dopo l’acquisizione da parte degli indiani e la comunicazione in sede ministeriale della chiusura del sito di Battipaglia. Già allora alcuni di noi sollevarono il dubbio che Jindal volesse chiudere pure Terni. L’azienda ha sempre negato, le istituzioni a tutti i livelli ci davano per pazzi».

Treofan Terni Intanto all’interno dello stabilimento ternano cosa avveniva? «Nel 2020, a inizio pandemia, aumentavano gli ordini, si facevano straordinari ai limiti di legge per evadere gli ordinativi e con la falsa scusa dei molti ordini del sito Treofan Terni, si iniziano a copiare le produzioni ternane per spostarle di fatto nei siti produttivi di Jindal (Brindisi e Belgio). Iniziava ad allargarsi la preoccupazione tra i dipendenti e con quella il numero di dipendenti che intuivano le reali volontà della proprietà. Iniziano le assemblee e le manifestazioni. La proprietà fa muro, le istituzioni non credevano alla nostra tesi».

Polo chimico A quel punto si apriva lo stato di agitazione e iniziavano le assemblee permanenti davanti alla portineria automezzi: «L’obiettivo era anche far capire alle istituzioni la nostra importanza, eravamo in pandemia e senza i nostri prodotti non ci sarebbe stato molto agli scaffali dei centri commerciali. Ancora Jindal non riusciva comunque a produrre i nostri stessi beni negli altri stabilimenti, gli impianti continuavano a marciare secondo gli ordinativi e le assemblee permanenti bloccavano la fuoriuscita di prodotti finiti». Era l’inizio del braccio di ferro con Jindal.

Cassa integrazione «Cambiano nel frattempo i funzionari al ministero – ripercorre il lavoratore – e si fa la richiesta di cassa covid con la promessa di riportare gli ordinativi a Terni con la necessità però di sbloccare i magazzini e far uscire gli ordinativi. In molti non ci credono; molti altri, come poi è stato, sapevano che era solo una scusa per svuotare i magazzini. Ricordo che dopo agosto 2020, per settimane abbiamo prodotto chilometri di film, utilizzato per la confezione degli spaghetti, per una nota azienda di pasta. A novembre arriva la comunicazione di messa in liquidazione, si è verificato tutto quello che alcuni lavoratori avevano previsto, inizia così un’altra battaglia, la difesa dei macchinari, giocata sulla resistenza e sui nervi, ma con la consapevolezza di 60 anni di storia di un prodotto mai tramontato».

Lotta sindacale A ricordare quel periodo anche Marianna Formica, allora segretaria della Filctem Cgil: «Il 9 e 10 agosto 2020, rispetto all’accordo ministeriale nel quale veniva citata la richiesta di cassa integrazione covid, supportati dalla volontà dei nostri iscritti, con Davide Lulli, Rsu Filctem, affermavamo: ‘Non condividiamo nulla di quanto contenuto nell’accordo, a partire dell’apertura della cassa covid che equivarrebbe alla chiusura dello stabilimento e al fatto che si dica che il blocco merci abbia creato problemi con i clienti; dal 24 luglio non c’è più alcun blocco. Non si firma nulla di simile, le problematiche Treofan non sono assolutamente dovute al covid, anzi sotto covid si è lavorato di più’». Sempre in quei giorni l’allora segretaria Filctem diceva: «’Ribadisco che non firmerò accordi che contengono la cassa covid’». E infatti, non firmò. «Fu una scelta difficile – ricorda oggi – sofferta e di molta responsabilità, visto il ruolo che ricoprivo allora. Ma ritenni opportuno prendere questa decisione, perché ero lì per rappresentare la volontà dei nostri iscritti, rappresentavo loro e non me stessa». Poi commentando il presente aggiunge: «Oggi i fatti purtroppo confermano che avevamo ragione, ma questo non riporterà nulla ai lavoratori coinvolti: delusi, in difficoltà e soprattutto toccati nella loro dignità. Bisogna sempre ricordarsi che con il passare del tempo in molti dimenticano – conclude – ma sempre ci sarà chi ricorda bene e chi riporta solo la verità delle cose per il rispetto dei lavoratori e di tutte le loro famiglie».

L’era Moplefan La commozione corre. «Ricordo bene il 25 febbraio 2021 – prosegue ancora il racconto del lavoratore – e l’accordo ministeriale di quel giorno che metteva fuori dalla cessione di Treofan i macchinari, questo c’era scritto. Se sono ancora lì – commenta -, è solo merito di chi ha sempre creduto nel potenziale dell’azienda, in silenzio, di nascosto, non firmando accordi o di chi anche dopo tre anni di silenzio non ha mai smesso di crederci, rinunciando anche alle sette mensilità e alla ricerca di nuove opportunità lavorative. Per chi avesse dimenticato la storia, è giusto ricordare che a volte le battaglie si vincono, a caro prezzo, anche grazie al popolo».

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