di Daniele Bovi

Da Largo Cacciatori delle Alpi, sede della Camera di commercio di Perugia, si vede la luce in fondo al tunnel della peggior crisi economica degli ultimi decenni. In un lungo dossier pubblicato venerdì in occasione della tredicesima Giornata dell’economia (nessuna cerimonia è stata organizzata in ossequio alla spending review in corso), l’ente diretto da Giorgio Mencaroni fa il punto su quello che è stato il 2014 dell’economia provinciale, con dati che autorizzano a pensare che il peggio sia passato. Il 2014 è stato all’insegna di un’economia che ha viaggiato «a ritmo lento» sì, ma che «non è stata del tutto ferma», tanto che il primo trimestre 2015 «evidenzia, se non una chiarissima inversione dei cicli, senza dubbio una nuova condizione, che stavolta pare avere la consistenza necessaria a portarci fuori dalla peggiore fase recessiva del dopoguerra».

Clima migliore Insomma, i presupposti per ripartire ci sono tutti. «Il miglioramento del clima congiunturale – spiega ancora Mencaroni – è riconducibile non solo al ciclo internazionale più favorevole, ma anche a stimoli più concreti, dagli interventi di finanza pubblica all’adozione di più incisive politiche monetarie. Il calo del prezzo del petrolio, la svalutazione dell’euro e il quantitative easing rappresentano un mix in grado di porre le basi per un più solido recupero dell’attività economica e per un apprezzabile mutamento dello scenario economico per i mesi a venire». Segnali positivi sono arrivati nel 2014 anche per quanto riguarda il valore aggiunto: quello pro capite in provincia di Perugia (22.742 euro) è aumentato dell’1,2 per cento pur essendo ancora sotto la media nazionale (24.185) ed ammonta a oltre 15 miliardi di euro, su un totale che in Umbria è pari a 19,7 miliardi.

I numeri Complessivamente il valore aggiunto in provincia è aumentato dello 0,1 per cento e il maggior contributo, come preventivabile data l’importanza che ricopre per la provincia perugina, è arrivato dal settore dei servizi (7,7 miliardi), seguito dall’altro caposaldo dell’economia locale, ossia il commercio. Quanto al mercato del lavoro, la disoccupazione si è attestata all’11,6 per cento, un dato sotto la media nazionale, anche se rimane molto alta (oltre il 40 per cento) nella fascia tra i 15 e i 24 anni, nella quale però sono presenti anche moltissimi giovani che un lavoro non lo cercano perché impegnati a studiare. Da segnalare la crescita degli occupati nel settore agricolo (+18 per cento) e il forte calo di quelli che lavorano nell’edilizia (-21 per cento). Benché rappresentino poi soltanto il 16% del totale delle imprese (in Italia il 20 per cento), è da sottolineare anche la crescita delle società di capitali (+4,4 per cento), che sono anche quelle più strutturale.

Potenziale Calano invece quelle individuali (che sono il 60 per cento delle oltre 60 mila imprese della provincia), così come quelle in mano ai giovani (-2,6 per cento) mentre aumentano quelle gestite da stranieri (+3,5 per cento). L’analisi poi prende in considerazione quello che è il potenziale inespresso dell’economia provinciale, incrociando i dati relativi a numero di ore lavorate, infrastrutture e credito. Il risultato? Un potenziale inespresso medio-basso, migliorabile in particolare con riferimento alle infrastrutture, che potrebbero avere un ruolo più significativo nell’attrazione di investimenti da fuori regione. Lo studio indica poi una scarsa sensibilità dell’economia all’evoluzione del ciclo economico generale. I fattori che posizionano la provincia tra quelle a bassa sensibilità sono la scarsa apertura verso il commercio estero, la carenza di infrastrutture adeguate e un tessuto di imprese non particolarmente innovative ed aperte alle nuove tendenze.

Export Il 2014 invece è stato un anno positivo per quanto riguarda l’export: 2,5 miliardi di euro il valore delle merci prodotte in provincia e vendute all’estero (+0,4 per cento rispetto al 2013, 1,3 miliardi i beni importati). A fare la parte del leone è il manifatturiero, con macchinari (575 milioni, 2,2 per cento), tessile e abbigliamento (500 milioni, + 3,1 per cento) che da soli valgono quasi la metà dell’export. Un colpo invece (-6,4 per cento) lo accusa un altro settore centrale, ovvero quello agricolo che con i suoi 127 milioni si piazza al terzo posto per valore delle merci esportate. Per avere un quadro complessivo sull’economia regionale invece, bisognerà aspettare martedì quando la sezione regionale della Banca d’Italia presenterà il suo rapporto sull’economia dell’Umbria.

Twitter @DanieleBovi

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