Le acciaierie di Terni

di Marta Rosati

Che il settore siderurgico sia in difficoltà è un dato di fatto; certificato, già solo nella piccola realtà di Terni, da un costante trattamento di bramme provenienti dall’Indonesia, con contestuale spegnimento dei forni fusori, almeno uno dei due presenti nell’area a caldo dello stabilimento di viale Brin. Per sua scelta poi, il cavaliere Arvedi non attiva cassa integrazione per i lavoratori coinvolti nello stop e anzi ha recentemente elargito premi di produzione considerevoli. Ciò non toglie che anche Ast faccia i conti con le difficoltà del comparto, che vanno dalla difficoltà di approvvigionamento del rottame al caro prezzi di altre materie prime, fino al peso della concorrenza dei Paesi asiatici.

Proprio in questi giorni, tali temi hanno in qualche modo animato il dibattito parlamentare. È dei giorni scorsi il parere contrario espresso dalla Terza commissione del Senato sullo stato di previsione del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale per l’anno finanziario 2026 e per il triennio 2026-2028. Nel rapporto dei senatori Pd, Alfieri, Delrio, La Marca, tra le altre cose si legge: «La produzione industriale continua la propria fase di discesa. I dati Istat corretti per gli effetti di calendario, evidenziano che la produzione industriale dei primi sette mesi del corrente anno è diminuita di 0,8 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2024, colpendo in particolare la filiera dell’automotive, il tessile, la moda, il mobile, la carta e il settore siderurgico che rischia di perdere la più grande fabbrica europea di produzione di acciaio; su tale situazione si innesca poi il fattore dazi. I comparti più esposti all’attuale scenario sono quelli della meccanica strumentale e dei macchinari industriali, della chimica e del farmaceutico, dell’abbiglia mento e della pelletteria, dell’agroalimentare, dei trasporti e dei beni di lusso».

«Complessivamente – proseguono i Dem – questi sei settori rappresentano oltre il 90 per
cento dell’export italiano negli Usa, con perdite stimate in oltre 10 miliardi di euro di fatturato da export  che fatto registrare cadute su base annua a due cifre (anche del 21%) per quanto riguarda le esportazioni verso gli Stati Uniti». E ora che più che mai tiene banco la questione Acciaierie d’Italia, sollecitato sull’argomento dal deputato De Palma di Forza Italia, il ministro Adolfo Urso ha avuto modo di dar conto di alcune misure adottate e altre in attesa di adozione da parte dell’Europa.

«La siderurgia italiana – ha detto il titolare del ministero delle Imprese e del Made in Italy -guida la transizione green, avanguardia in Europa con 34 impianti che producono con forni elettrici. Una crescita significativa che si è attestata su una produzione di 20 milioni di tonnellate. Questo Governo ha sempre creduto in questo e, infatti, abbiamo realizzato prima il contratto di programma con il gruppo Arvedi a Terni, poi quello con Adria a Piombino che realizzerà altri due impianti di grandi dimensioni facendo risorgere il polo siderurgico toscano. Ora siamo impegnati nella sfida più difficile che riguarda l’ex Ilva, su cui grava la pesante eredità di Mittal, certificata in oltre 4 miliardi di euro di danni. Se riusciremo anche in questo obiettivo del processo di decarbonizzazione, l’Italia diventerà il primo Paese europeo a produrre solo acciaio green».

«Per questo – ha sottolineato Urso – in sede europea abbiamo insistito affinché ci fosse una revisione delle norme europee a tutela di chi in Europa produce acciaio in rispetto delle norme ambientali e lavorative. E siamo in procinto di ottenere questo riconoscimento perché il 3 dicembre la Commissione europea ci presenterà le nuove misure di salvaguardia che, oltre a dazi e quote, porranno fine alle esportazioni di rottame ferroso dal nostro continente, come l’Italia ha chiesto per prima. E il 10 dicembre la Commissione ci presenterà la revisione del Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism, un regolamento dell’Ue che impone una tassa sulle emissioni di carbonio delle merci importate), come l’Italia ha sollecitato da un anno, diventando l’avanguardia delle riforme in Europa».

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