di M.Alessia Manti

Hanno sdoganato la pizzica e introdotto il reggae in Italia. Non solo, a loro il merito e il coraggio di aver di aver portato avanti e al di là dei confini pugliesi un progetto -cantare in dialetto- in cui erano gli unici a credere. «Ci dicevano ‘non vi capirà nessuno fuori di qua’. Sbagliavano, oggi possiamo proprio dirlo». A Perugia tornano esattamente dopo un anno per festeggiare i loro venti di attività. E non solo. Nando Popu, una delle voci dei Sud Sound System, presenterà alle 18, presso gli spazi del T-Trane in Borgo XX Giugno il suo libro Salento fuoco e fumo che esce per Laterza nella collana Contromano. Proprio a lui abbiamo fatto qualche domanda.

Vent’anni sono un bel traguardo. A sancirlo un Best of che sta per uscire. Un bilancio di questo viaggio musicale?

Un bel viaggio particolare. Quando siamo partiti non avevamo nemmeno i capelli bianchi! Non sapevamo dove saremmo andati. E il risultato è che siamo riusciti ad intrecciare nuove sonorità con la musica popolare e di rilanciare la lingua del popolo, il dialetto. Abbiamo riaperto porte che erano rimaste chiuse per molto tempo. Più andavamo avanti e più volevamo continuare il discorso iniziato dai nostri musicanti, dovevamo sviscerare le storie di sfruttamento e di violenze sulle donne che si nascondevano dietro il mito della taranta. Ci siamo fatti carico di un’eredità storico-culturale, in un primo momento anche inconsapevolmente, e l’abbiamo portata avanti superando le difficoltà iniziali e la diffidenza che ci circondava. Un’operazione-verità che oggi possiamo considerare riuscita. Resta comunque l’impegno di scavare ancora nella nostra storia.

Come è nata l’idea di cantare in dialetto?

Forse non siamo stati noi a scegliere, è stata la natura ad impossessarsi di noi. In un momento in cui il dialetto si stava perdendo e la globalizzazione invece avanzava, l’uomo ha usato dei codici per eludere la repressione. La musica è un codice che prescinde dal linguaggio. Irrompe e  ti solleva  – anche attraverso il ballo – dal lavoro, dalle leggi ingiuste, dal padrone. E’ uno strumento di ribellione ed è qualcosa che ci indica la direzione. Un po’ come il ricordo. Senza il ricordo perdi le coordinate.

I vostri testi  lanciano dei messaggi ben precisi. In Vola via, uno dei due pezzi inediti del best of, incitate i giovani italiani a non fermarsi e a continuare a desiderare un futuro migliore. Che ruolo deve avere la musica?

Il nostro modo di scrivere guarda alla Jamaica. La musica è denuncia, ma deve dare speranza. I cantanti hanno il dovere di raccontare, soprattutto in un momento storico del genere.

Il concerto sarà anche l’occasione per vederti in una veste nuova, quella di scrittore. Di cosa parla il tuo libro?

E’ una storia di ribellione. E il messaggio è lo stesso veicolato con le canzoni dei Sud. Negli ultimi anni abbiamo assistito a cambiamenti sociali e comportamentali che ho sentito il bisogno di raccontare. L’inquinamento, le fabbriche che uccidono, i giovani senza lavoro, i luoghi comuni che impediscono di voltare pagina. Ora il Salento vuole svegliarsi e i giovani sono la parte più attiva di un cambiamento che voglio raccontare. Ed è un’esperienza che ripeterò sicuramente».

A Perugia vivono molti ragazzi del sud, anche tuoi conterranei, arrivati per frequentare l’università. Qual è il messaggio per loro?

Studiare, studiate  e studiate! La cultura è vitale e lo studio è u’arma di riscatto sociale. Ecco perchè sono convinto che la vera rivoluzione l’hanno fatta i nostri genitori: un figlio di contadini che diventa ingegnere è una cosa che mi commuove sempre e un esempio da ammirare.

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