di Giorgia Olivieri

Migrazione, lavoro, spirito e corpo: sono queste le parole chiave con cui poter parlare della vita e della storia di Aly Baba Faye, sindacalista e artista senegalese scomparso nel 2024. La città di Perugia ora lo omaggia con una mostra dal titolo “Ya Babà – La scolpittura di Aly Baba Faye”, che sarà inaugurata venerdì 22 novembre negli spazi di Umbrò e resterà aperta fino all’8 dicembre. L’esposizione raccoglie per la prima volta in modo organico gran parte delle sue opere e, nel giorno dell’inaugurazione, sarà presentata anche la sua autobiografia, testimonianza di un percorso umano e creativo che intreccia arte, impegno sociale e dialogo interculturale.

La storia Arrivato in Italia negli anni Ottanta per studiare all’Università per Stranieri di Perugia, Aly Baba Faye ha fatto della città umbra la sua prima casa. Qui ha cominciato il suo cammino di integrazione e di attivismo: prima come coordinatore dell’Associazione senegalesi in Italia, poi come responsabile del coordinamento immigrati della Cgil e infine come sindacalista della Flai, la Federazione dei lavoratori dell’agroalimentare. Laureato in Sociologia, legato alla figura di Bruno Trentin e ai valori del lavoro e dei diritti, Faye ha unito il suo impegno politico alla ricerca artistica, vissuta come spazio di libertà e di ricongiungimento con le proprie radici africane. Trasferitosi poi a Roma, è rimasto un punto di riferimento per il dialogo tra culture e per la riflessione sull’identità dei lavoratori migranti nel mondo contemporaneo.

Scolpittura La “scolpittura” è la cifra più originale della sua produzione. Pittura e scultura si fondono in un’unica forma espressiva che nasce dall’incontro con la pietra sedimentaria, materiale naturale che Ya Babà raccoglieva durante le sue passeggiate in montagna. A partire dagli anni Novanta, l’artista ha cominciato a dipingere queste superfici modellate dal tempo, trasformandole in supporti di colore e significato. Le pietre, per lui, erano “corpi” che custodivano uno spirito, pronte a rivelarsi attraverso un segno minimo: un tocco di colore, un’incisione, un graffito. Nella sua poetica, la materia non è da plasmare ma da ascoltare; l’atto creativo è un dialogo con la natura, un ritorno alle origini dell’arte, alle pitture rupestri, al gesto primordiale che dà voce al soffio vitale di tutte le cose. La sua estetica, che lui stesso definiva “essenzialismo”, mira a dare luce a ciò che già esiste, a far emergere la vita nascosta nella materia.

La mostra La mostra di Perugia, realizzata con la collaborazione di amici e colleghi che lo hanno conosciuto nella vita sindacale e artistica, è un tributo alla sua eredità morale e creativa. Tra le opere esposte figurano lavori come Occhio, Arborescenza, Il vaso di Pandora, Psiche, Totem, La sposa berbera e Grido d’allarme di Madre Natura. L’esposizione anche un ritorno simbolico alle origini, nella città che lo accolse e dove iniziò il suo viaggio umano e culturale. Il giorno dell’inaugurazione, inoltre, verrà presentata anche l’autobiografia del sindacalista, Italia mia. Dopo la tappa umbra, l’esposizione sarà ospitata a Roma nei primi mesi del 2026, ma l’appuntamento di Umbrò rappresenta la prima occasione per riscoprire l’opera e la storia dell’artista.

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