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Un particolare dell'Arco etrusco di Perugia (foto F.Troccoli)

di Luciano Vagni

Alcune reazioni all’articolo uscito su Umbria 24 sul mosaico di Orfeo riguardano due aspetti essenziali: il titolo e le competenze specifiche di chi sia accreditato ad esprimersi sulla storia della città. Riguardo il titolo se l’avessi scritto io avrei detto: ‘L’Arco Etrusco, costruito dagli Etruschi di Perugia, in epoca di occupazione romana’. Nel linguaggio giornalistico, in questo caso provocatorio, è stato sintetizzato in ‘L’Arco etrusco che etrusco non è’, suscitando comprensibili reazioni di protesta.

Il secondo aspetto riguarda l’appropriazione da parte di categorie professionali della storia della nostra città e merita un’analisi più ampia che, come cittadino ma anche come ingegnere, intendo esprimere.

E’ un aspetto molto delicato, iniziato dal danno recato alla storia di Perugia dall’affermata archeologa del regime, Luisa Banti, che nel 1936 su “Studi etruschi, volume X”, ha escluso categoricamente che Perugia sia diventata etrusca prima del IV secolo a.C., riducendo la storia etrusca della nostra città a circa un secolo, prima dell’occupazione romana. Comprendiamo che si possa sbagliare, ma non che si possa essere accreditati ad esprimere come verità assolute semplici ipotesi, seppure indotte dalla cultura dominante dell’epoca intenta alla romanizzazione della storia. Le ipotesi della Banti, oltretutto, non confermate dagli sporadici ritrovamenti di emergenze archeologiche più antiche, da lei considerate non significative, annullando la storia espressa dagli storici, a cominciare da Aligi di Alicarnasso per finire a Felice Ciatti.

Le osservazioni dell’archeologa sono state smentite dalle stesse risultanze degli scavi successivi e definitivamente da quelli effettuati sotto la Cattedrale di San Lorenzo, che, grazie all’intelligenza e lungimiranza del vescovo Chiaretti, ho potuto progettare e dirigere dal 1976 al 2006, che hanno restituito alla città numerosi secoli di storia, portandola almeno all’epoca villanoviana.

Quella della Banti, nel settore della storia, è stata un’invasione di campo infelice, non certo per gli importanti studi fatti e dimostrati, ma per le conclusioni categoriche espresse.

Dopo di lei due importanti figure di archeologi hanno provato a fare chiarezza sul ruolo ed i limiti dell’archeologia.

Il grande professor Pallottino, notoriamente legato alla città di Perugia, ha affermato l’importanza di affrontare lo studio dell’archeologia anche con tecniche e figure professionali diverse.

L’altrettanto importante professore Romolo Augusto Staccioli, dell’Università della Sapienza, con il quale ho avuto l’onore di affrontare anche queste tematiche, nel suo noto libro “Gli Etruschi”, afferma che gli archeologi hanno più poco da dire e che è giunto il momento di far esprimere analisi e considerazioni da altre categorie professionali, per ricercare aspetti sconosciuti e inediti della civiltà etrusca.

Ebbene, sono loro a dare risposta a chi è convinto che la storia possa derivare dal giudizio, siano essi archeologi, ingegneri, geologi, storici e così via, e non da un’azione interdisciplinare, purtroppo difficile in una società competitiva e non disposta al dialogo, volta alla contrapposizione piuttosto che alla collaborazione.

Il libro “Orfeo e l’armonia tra i popoli”, che invito a leggere attentamente, serve ad aprire un dibattito, come quello appena iniziato su questa testata, mettendo a disposizione di tutti un ricco materiale, consentendo a molti di noi di uscire dal letargo culturale e di ricevere informazioni per formulare ipotesi, animando una sana discussione. Si escludono coloro che sono disposti solo alla competizione, ma si accettano tutti i desiderosi di elevarsi culturalmente e di contribuire alla crescita culturale della loro città, una città così ricca di storia e di civiltà che merita tutte le nostre attenzioni.

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