di Giorgia Olivieri
La guerra, i bombardamenti e la tenacia di una donna, Fernanda Wittgens, che decise di affidare alla città di Perugia alcuni dei quadri più importanti della storia dell’arte italiana per salvarli dalla distruzione. Wittgens è una delle «Paladine» dell’omonimo podcast prodotto da Chora media per la direzione musei del Ministero della Cultura, con la voce di Serena Dandini.
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La vicenda La Seconda guerra mondiale è alle porte: poco prima di quel 10 giugno 1940, Fernanda Wittgens, l’allora direttrice della Pinacoteca di Brera, insieme alla soprintendenza di Milano del Ministero della Cultura si mette a tavolino per valutare dove portare in salvo quei «capolavorissimi» della storia dell’arte italiana. Sono tre i luoghi sicuri individuati: la camera blindata della Cassa di risparmio di Milano, i sotterranei del Castello sforzesco e la Villa di Montefreddo della famiglia Marini Clarelli, a una dozzina di chilometri da Perugia. Wittgens non conosceva personalmente i Marini Clarelli; l’individuazione della villa perugina viene fatta dal Ministero della Cultura, con il quale Maria Vittoria Oddi, che sposò Luigi Marini Clarelli, intratteneva dei rapporti. La villa di Montefreddo rappresentava il rifugio ideale per quel patrimonio che Wittgens voleva tutelare a tutti i costi, nascosta in un luogo isolato, lontana da altre case che potessero dare rifugio a tedeschi o angloamericani e utilizzata dalla famiglia perugina solo nel periodo estivo.
I «capolavorissimi» Wittgens prese subito accordi con i Marini Clarelli, e l’11 giugno ben 42 casse partirono da Milano, per arrivare due giorni dopo a Perugia, con dentro alcuni dei quadri più iconici di Brera. Il Cristo morto di Mantegna, il Polittico di Valle Romita di Gentile da Fabriano, la Pala di Santa Maria in Porto di Ercole de Roberti, la Pala Montefeltro di Piero della Francesca, il Cristo alla colonna di Bramante, lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la Cena in Emmaus di Caravaggio, alcuni Bellotto e Canaletto. Come spiega Marina Vittoria Marini Clarelli a Umbria24, il 18 giugno del 1940 il soprintendente di Perugia scrive così in un telegramma: «Casse arrivate tutte in villa Montefreddo, ogni cosa proceduta regolarmente»; l’arte era salva.
La salvezza a Perugia Nei mesi successivi altre tele furono spedite nella villa di Montefreddo. Mauro Pellicioli, restauratore presso l’Istituto centrale per il restauro, si era accorto che la camera blindata della Cassa di risparmio di Milano e i sotterranei del Castello sforzesco erano troppo umidi per accogliere dei quadri. Arrivarono quindi a Perugia, il Miracolo di San Marco di Tintoretto, Convito in casa di Levi del Veronese, un altro Mantegna e la Pala Sforzesca, anche perché la linea di guerra si spostava pericolosamente sempre più a sud. Anche Wittgens si era trasferita a Perugia con le opere, ma la lontananza dalla villa era «scomoda» per l’ispettrice, che chiede, quindi, al Ministero, di inviarle una bicicletta per poter percorrere pedalando quei dodici chilometri che la separavano dalle ‘sue’ tele.
Montefreddo bombardata Nel ’43 la linea del fuoco si sposta ancora e le sale superiori della villa di Montefreddo vengono danneggiate dai bombardamenti; non è più il luogo sicuro per i «capolavorissimi». Nel frattempo tra il 7 e l’8 agosto di quell’anno anche la Pinacoteca di Brera era stata distrutta. Un mese dopo arriva l’armistizio, e cambiano i criteri per la protezione delle opere d’arte: grazie all’intervento del giovane storico dell’arte Pasquale Rotondi le tele vengono spostate da Montefreddo a due ville nelle Marche, quella dei Principi Carpegna e un’altra a Sassocorvaro, e in una terza, la villa del Corgnolo a Orvieto, fino al 26 giugno del ’44. Fernanda Wittgens torna a Milano nel ’43, qui si occupa di proteggere amici e conoscenti ebrei, tra cui il suo professore Paolo D’Ancona e il soprintendente Modigliani. Nel luglio dell’anno seguente, però, un giovane ebreo collaborazionista la denuncia e l’ispettrice viene incarcerata prima a Como e poi a San Vittore. Scarcerata alla vigilia della Liberazione per tisi, Wittgens non smette mai di dedicarsi all’arte, in cella infatti redige la monografia su Vincezo Foppa, pittore lombardo.
Il destino di Montefreddo La villa Marini Clarelli, una volta svuotata delle tele di Brera, venne occupata dal comando alleato. I soldati angloamericani, che dormivano nelle camerate dei piani superiori, lasciarono delle tracce di piccoli vandalismi domestici nella residenza. La famiglia perugina ottenne, come forma di compenso per aver ospitato le opere milanesi, il restauro gratuito della palazzina da parte dell’Istituto centrale per il restauro. Della presenza delle tavole nel Perugino ne erano a conoscenza solo il soprintendente Achille Bertini Calosso e i suoi collaboratori, gli unici testimoni attivi della permanenza in città di alcune delle più importanti opere del patrimonio artistico del Paese.
