di Lucia Caruso
A Perugia sabato 29 ottobre, “Donna non rieducabile” di Stefano Massini, ha festeggiato al Teatro Morlacchi, le sue cento repliche. Uno spettacolo onesto, che racconta di una donna che ha pagato con la vita per la sua onestà. Freddata con quattro colpi di pistola, sulle scale di casa sua, Anna Politkskaja viene uccisa mentre portava su la spesa. Era il 7 ottobre del 2006. Per un attimo pare di vederla nella pozza di sangue, sulle sue scale,tra la sua spesa. In questa quotidianità che rende ancora più forte la tragicità dell’evento.
Troppe verità Una quotidianità che ritroviamo nella vita di Anna ed in quello che lei racconta, mettendo a fuoco quei dettagli che descrivono in modo semplice, quanto perfetto, la situazione della Cecenia. “Il problema a Grosni è che è tutto un problema”. E’ un problema mangiare, bere, dormire, lavarsi. Il problema della morte che diventa quasi “un’abitudine” è secondario rispetto a quello della vita, che viene colpita nel profondo e di cui ne viene intaccato il senso. Anna era una giornalista, una di quelle che aveva raccontato troppo. Troppe verità in una società nella quale fare cronaca vuol dire stare in prima linea. Proprio come i militari. Proprio come se anche lei stesse in guerra. Lei rappresenta oggi la verità più dura da accettare…che è la certezza che dopo il crollo del Regime Sovietico, in Russia nulla è mutato. O per dirla meglio lì è mutata solo la forma di controllo e di repressione, di un potere bieco, nel quale regna la “democratura”, come spiega Ottavia Piccolo, che secondo i politologi è una forma “di dittatura e democrazia insieme”.
La narrazione Il testo di Stefano Massini non è un monologo sulla sua vita interiore di Anna ma – come sottolinea Silvano Piccardi, (coordinamento artistico dello spettacolo) – cerca di mettere in scena uno sguardo, non una persona. E lo fa con estremo rigore. Basta un elenco di cose a narrare il disastro. Vediamo Anna che cammina in mezzo alle macerie, dove cose e persone si mescolano fino a confondersi. Nel finale la vediamo nel corridoio di un cimitero che l’attrice disegna posando a terra dei fogli con i nomi dei bambini morti a Besaln, mentre li evoca, ad uno ad uno, come una lenta inesorabile agonia.
La scenografia La scenografia è essenziale. Un tavolino, la sedia e l’arpa. La forza evocatrice della parola occupa la scena. E Ottavia Piccolo, minuta, di bianco vestita, con semplicità e con estrema eleganza, è capace di arrivare, di penetrare nel profondo, scandendo con ritmicità ogni gesto, ogni parola, ogni attimo di quella vita, fino a condurla al tragico epilogo. La straordinarietà della sua azione scenica è evidente quando riesce, cambiando sedia, o semplicemente cambiando posizione delle gambe, a divenire un altro personaggio, o quando cambia canale La timbricità dell’arpa di Floraleda Sacchi da vigore alle immagini raccontate. Le luci disegnano lo spazio e, voltando le pagine delle istantanee, dettano i tempi dell’azione.
Una verità nuda Il tutto è suggellato da quella verità nuda e cruda di Anna che colpisce per la sua freddezza e per l’esasperazione del dettaglio, per quella nitidezza dei particolari che spaventa e che al tempo stesso fa riflettere sull’occhio attento e sensibile di questa inusuale osservatrice, che descrive la guerra così com’è, senza prendere posizione, senza intermediazioni linguistiche, senza mezzi termini. “Chi pensa che il sangue a terra sia rosso non ne parli, perché non sa che è marrone, quasi nero”.
Sul palco Un lavoro attoriale eccellente quello di Ottavia Piccolo si fa da parte per lasciare spazio, con umiltà, quasi devozionale, al suo personaggio, Anna Politkskaja, nel tentativo di rendere giustizia non solo a una donna e ad una giornalista, ma soprattutto ad una testimone di verità e libertà, messa a tacere definitivamente da mandanti del governo russo, killer senza volto, che contrariamente alla protagonista di questa tragedia, non hanno il coraggio delle proprie azioni. Uno spettacolo dunque da vedere. Una pagina di storia che non vuole e non deve essere dimenticata

