di Lucia Caruso

Ancora una volta ad alzare il sipario della stagione di prosa del Teatro Stabile dell’Umbria è stato Luca De Filippo, che prosegue il suo viaggio sempre più acuto nel lavoro del padre Eduardo, proponendo al pubblico in prima assoluta a Perugia “La Grande Magia”, una esilarante commedia datata 1948 e rappresentata in passato solo altre 2 volte, la prima dallo stesso Eduardo e la seconda da Giorgio Strehler, andata in scena dal 10 al 14 ottobre al Teatro Morlacchi.

IL VIDEO

L’opera è suddivisa in 3 atti che sono un climax ascendente di vicende ed emozioni che catturano lo spettatore fino a farlo essere parte della storia. Siamo di fronte ad una commedia di stampo pirandelliano, in cui la narrazione è sottoposta al turbinio dell’umorismo e i personaggi sono intrappolati in una linea sottilissima che delimita la soglia tra realtà e finzione.

La trama Ed è in questa dicotomia realtà-finzione che si snoda la storia di Calogero, geloso di sua moglie Marta, che diventerà la vittima di una “grande magia”. Siamo nel Metropol Hotel, un albergo frequentato dai borghesi della Napoli degli anni Cinquanta, in un giardino all’inglese in cui le enormi palme addomesticano le ombre sui  tavolini. Sullo sfondo il “grandioso” mare da cui s’intravede una scogliera. E qui il mago Marvuglia, famoso nei luoghi di villeggiatura della zona per essere un bravo prestigiatore, allestisce uno spettacolo per i clienti dell’hotel. Marta, incuriosita, si presta ad uno dei suoi numeri. Il mago la fa entrare in un sarcofago egiziano raccomandandole di “ignorare le sensazioni del corpo” e di lasciarsi andare al senso di beatitudine. La verità è che l’amante di Marta ha pagato l’illusionista perchè possa scappare con lui. Così Marta appena entrata nel sarcofago esce dall’altro lato e raggiunge il suo amato. Insieme a bordo di una barca scapperanno verso Venezia. Calogero non vedendola ricomparire si preoccupa, ma Marvuglia gli fa credere che la moglie è in una scatola e lui dovrà aprirla solo se avrà piena fiducia nella sua fedeltà, altrimenti potrebbe non rivederla più. La bella Marta ritornerà pentita, ma Calogero pur di non accettare il fatto che sia stato tradito vorrà contiuare a vivere nell’illusione di avere una moglie fedele rinchiusa in una scatola magica.

Il protagonista Otto Marzuglia, protagonista della storia, ha il terzo occhio che gli consente una visione completa della scena della vita, e non è solo un mago ma anche un filosofo. Servendosi del potere suggestivo delle parole, manipola sapientemente la mente di Calogero che, al tempo stesso, si lascia sedurre da quella dialettica illusionista. Il prestigiatore parte dall’ineluttabile dimensione temporale, creata dall’uomo per gestire meglio la vita, sottolineando quindi che il tempo non esiste, per giungere alla conclusione che realtà e finzione rappresentano due rette parallele, però talmente vicine da potersi toccare fino a mescolarsi e a confondersi. E’ così, all’interno di questa riflessione tanto lucida quanto amara che vede l’illusione come unico rifugio dalla tormentata esistenza, ammettendo anche in un certo modo la sconfitta dei personaggi rispetto all’impossibilità di cambiare le cose che fa giungere loro alla necessità di distorcerle, si rivela la fragilità umana pervasa di quei limiti che fanno tenerezza.

Gli interpreti Ad indossare i panni del Mago Marzuglia è Luca De Filippo che riempie la scena con indubbia maestria, riuscendo a far venir fuori la figura di questo personaggio bizzarro che, nonostante viva una quotidianità (economicamente) problematica, fa apparire tutto semplice agli occhi degli altri…come se davvero la magia del pensiero possa cambiare le cose. E poi in un certo qual modo sarà così. Quindi c’è Calogero, interpretato magistralmente da Massimo De Matteo che consegna al suo personaggio un’umanità intima e struggente. Il personaggio di De Matteo attraversa varie fasi grazie ad un’ introspezione continua: se all’inizio è un singnorotto borghese avido e geloso, poi apparirà agli occhi degli altri come un folle e, infine, forse il più savio, perchè anche avendo intuito il gioco si rende conto che è meglio continuare a giocare. Ad accompagnarli sul palco gli altri interpreti, tutti all’altezza della sfida teatrale: Giovanni Allocca, Carmen Annibale, Gianni Cannavacciuolo, Alessandra D’Ambrosio, Antonio D’Avino, Nicola Di Pinto, Lydia Giordano, Giuseppe Rispoli e Carolina Rosi.

La scenografia è una continua sorpresa di inattesi giochi di luci che dettano il ritmo della narrazione e disegnano particolari. Ogni atto ha un’ambientazione diversa. Nel primo lo spettatore si trova di fronte al giardino del Metropol hotel dove i clienti si intrattengono in futili discussioni e pettegolezzi. L’ambientazione, gli abiti e i comportamenti dei personaggi fanno intuire che si di tratta di un contesto di piccoli medio-borghesi della Napoli anni ’50.  Nel secondo atto la storia si sposta a casa di Otto Marzuglia. Il luogo è modesto, pienozeppo delle attrezzature per i suoi giochi di prestigio. Tutto rispecchia la sua situazione economica che la moglie più volte sottolinea. Ed è qui che si scopre un aspetto interessante del mago: lui giocando con un attrezzo in cui è registrato un fragoroso applauso che vuole usare negli spettacoli per accompagnarlo a quelli del pubblico e quindi dare l’illusione di stare in mezzo ad una marea di gente che apprezza i suoi numeri, svela che in fondo ha le stesse debolezze di Calogero, niente di più e niente di meno. Nell’ultimo atto invece il sipario si apre nella stanza da letto di Calogero. Siamo nel cuore della sua intimità piena di quell’umanità che fa quasi paura. Il letto collocato al centro del palco è sfatto e lascia intuire l’irrequietezza che agita lo spirito di Calogero, il quale, ormai invecchiato (sono passati 4 anni), si aggira per la grande stanza in vestaglia stringendo a sè la scatola ancora speranzoso che lì sia custodita la moglie. Due enormi specchi collocati alle estremità della camera si guardano moltiplicando l’immagine di quel luogo all’infinito, creando illusione visiva.

Il metateatro Anche il metateatro di cui ancora una volta si serve De Filippo pare fare questo gioco degli specchi, quasi a crare un’esasperante introspezione. Lo spettacolo di magia allestito su una fetta di palco, applaudito dal pubblico di personaggi e osservato dal pubblico nella sala. I ruoli si fondono mentre gli applausi al di qua e al di là della scena si confondono. E d’un tratto, basta una luce blu sugli spettatori a creare il mare, a renderli non solo partecipi della storia, ma complici (nella fuga, nel silenzio, nella bellezza).

Magia e libertà Così Luca De Filippo oggi consegna al pubblico e alla scena teatrale italiana una delle opere concettualmente più complesse del padre Eduardo, da cui esce fuori una intelligenza teatrale unica. Meritata l’ovazione del pubblico. Perchè non solo è un lavoro eccezionale ma anche perchè racconta di come l’illusione della magia possa restituire la libertà all’uomo. E di come nella libertà si possa ritrovare la bellezza e la forza della magia. Chissà che il rapporto tra vita e illusione non sia anch’esso un gioco di specchi.

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