di Ester Pascolini
Un inviato di guerra può credere alla pace? Chi ha avuto modo di assistere, domenica scorsa, all’incontro tra Arianna Ciccone, anima del festival del Giornalismo di Perugia, e Francesca Mannocchi, nota reporter di guerra, non può avere alcun dubbio, la risposta alla domanda è senz’altro sì: un inviato non solo può credere alla pace, ha addirittura il “dovere” di crederci. Questo l’interessante spunto di riflessione emerso, insieme a tanti altri, durante l’iniziativa che si è svolta a Villa del colle del cardinale, a pochi chilometri da Perugia, nell’ambito del festival delle Corrispondenze. Il pubblico in platea, attento e silenzioso, è stato trascinato dentro al dialogo intimo e profondo tra le due donne. Arianna Ciccone, per rompere il ghiaccio, richiama alla memoria un recente contributo della Mannocchi, pubblicato su “La Stampa”. L’intento è quello di introdurre il tema della crisi, “non dimenticata, ma addirittura omessa – dice – del Sud Sudan.” La Mannocchi, prima di entrare nel merito della questione sud sudanese, definisce i confini e spiega le difficoltà del mestiere dell’inviato: “Il giornalista – dice – ha il dovere di restituire al lettore quello che vede, gli odori che annusa, i luoghi, le espressioni dei visi, i gesti, anche se è complicato, anche se la responsabilità è enorme. Si scrive sempre per qualcuno, affinché possa comprendere, da subito e in maniera chiara, cosa vogliamo raccontare e su questo interrogarsi. E non è detto che questa alchimia con il lettore si verifichi.”
L’INTERVISTA AL FESTIVAL DEL GIORNALISMO

Ed ecco il racconto del Sud Sudan, “dove sono andata – dice – spinta dalla voglia di capire cosa è successo da quando sono iniziati gli scontri, il 15 aprile scorso”. Mette in luce la necessità di dare voce alla questione migranti e alle crisi umanitarie che trovano, purtroppo, sempre meno spazio nell’informazione di oggi, “nonostante i numeri siano moltiplicati.” Racconta una situazione drammatica, in cui alla guerra e al fenomeno migratorio si somma la questione climatica, che rende molto difficili gli aiuti. “Il Governo del Sud Sudan – afferma – aveva in mente di ospitare i profughi in centri di transito, senza realizzare veri e propri centri di accoglienza, invece le difficoltà a evacuare le persone, l’assenza di strade, i problemi con i voli delle Nazioni Unite, che spesso non riescono a partire proprio per le questioni legate a eventi meteorologici, ha portato alla creazione di centri permanenti”. La descrizione di questi luoghi è per stomaci forti: non ci sono bagni, acqua, medici. Racconta del pianto dei bambini affamati, dei volti delle madri, dell’odore acre e stantio delle persone che non hanno la possibilità di lavarsi per giorni. “Odore – precisa – che noi cronisti proviamo sempre a raccontare, ma che è impossibile da descrivere. Lo avvertiamo in tutti i campi di accoglienza. Raccontare queste crisi è tanto doveroso quanto scoraggiante, ovunque troviamo lo stesso schema, quello di Lampedusa, di Calais, del confine Polacco: vi faccio stare male nei campi così ve ne andate”. Allora Arianna Ciccone la incalza e le chiede: “Ma dove trovi la motivazione per raccontare se sai che non serve a nulla?” Francesca inizia a parlare della presa di coscienza, dal 2017 in poi, dei limiti del lavoro giornalistico. Era l’anno degli accordi italo-libici. Quel momento, secondo lei, rappresenta uno spartiacque. “Da lì in poi – commenta – sono state sdoganate tante, troppe cose.” Le cita una ad una: l’abitudine del governo di fare accordi diretti, senza farli passare attraverso il voto parlamentare. L’idea che dei centri di accoglienza si potesse mostrare tutto: le madri che strappavano il cordone ombelicale a morsi durante il parto, gli stupri, le orecchie tagliate. L’aver accettato di chiamare “centri di accoglienza”, quelli che di fatto sono “centri di detenzione”. L’aver stretto accordi con paesi che non contemplano la democrazia, con dittatori che sembrano presentabili solo perché ben vestiti (il riferimento è al presidente tunisino Kaïs Saïed ). “Nuove forme di colonizzazione tra l’altro – commenta – accordi che non si basano sulla gratuità del dono, ma sul do ut des”.
La giornalista sostiene che la parte più difficile del mestiere di inviato è la contestualizzazione dei fatti, quella che può aiutare le persone a domandarsi: “perché in un paese si è potuto verificare un fenomeno migratorio di massa? E noi – dice – abbiamo il dovere di dire perché un giovane se ne vuole andare dal suo paese, di spiegare che se un giorno una massa decide di spostarsi dipende dal fatto che nel suo paese è successo qualcosa. Non avviene senza ragione. E allora, cosa è cambiato?”
E qui si torna all’abc del giornalismo, al suo scopo primario: puntare il faro sulle questioni. “Perché se una crisi umanitaria, una guerra, escono dai titoli dei giornali, l’attenzione cala e i governi inviano meno soldi, i cittadini smettono di donare i due euro – dice – e questo significa meno cibo, meno medicine, niente scuola. E, i profughi partono, in cerca di un futuro migliore, incontrando sulla loro strada i trafficanti.”
L’ultima parte dell’incontro è dedicata all’Ucraina. Arianna Ciccone chiede a Francesca di parlare della resistenza, “Questa è una resistenza – afferma – se non lo è quella, cosa lo è? Mannocchi risponde alla domanda raccontando la storia di Juri, un giovane falegname, che per la causa si era trasformato in un esperto di logistica. Lo aveva conosciuto a Bakhmut, dove si occupava di portare le armi in prima linea. Juri aveva una figlia piccola e per lei combatteva nella resistenza ucraina: “affinché domani – diceva – non debba farlo lei”. Francesca è rimasta in contatto a lungo con lui, fino a quando non ha ricevuto più risposta al solito messaggio che gli inviava: “Are you ok, man?” Juri è morto a Zaporizhzhia, uno dei tanti che hanno sacrificato la vita per difendere il paese. “La pace in Ucraina non potrà esistere – afferma la giornalista – fino a quando non ci sarà un riconoscimento ideale, prima che territoriale, dell’ingiustizia che ha subito questo popolo”.
L’incontro termina con un emozionante ricordo di Andrea Purgatori, anche questa volta provocato sapientemente da Arianna Ciccone. Mannocchi dice: “l’insegnamento più grande che ho ricevuto da lui è stato quello che non si prendeva mai troppo sul serio, come solo quelli veramente bravi possono fare”. E continua a raccontare aneddoti del giornalista: il vizio del fumo, la passione per le Superga. Una signora si alza e le domanda: “Come fai a tenere insieme tutte queste cose? Come fai ad andare avanti nel tuo lavoro, a trovare la motivazione per continuare?”. E lei, pronta: Lo faccio per mio figlio, che è seduto qui in prima fila e ha sette anni. Ma lo faccio anche perché sono convinta di un’altra cosa: questo paese è migliore del parlamento che lo rappresenta. L’esperienza del Covid ha mostrato la capacità di risposta dell’Italia, che non si è basata sulla politica, ma sulla solidarietà.
Si arriva alla fine di questo incontro denso, toccante, istruttivo e si torna a casa con la convinzione che iniziative come questa debbano essere somministrate a scuola, durante l’ora di storia. Perché la guerra raccontata con gli occhi di chi l’ha vissuta assume, di colpo, un altro peso, viene liberata da quel velo di irrealtà che l’avvolge quando la si vede in televisione. E allora tornano in mente le parole dei ragazzi intervistati da Mannocchi nei centri di riabilitazione ucraini: “Noi non lo sapevamo veramente, cosa era la guerra”. Ecco, neanche noi lo sappiamo. Per questo Francesca ha bisogno di raccontarcelo e per questo crede alla pace, perché spera che prima o poi, attraverso le sue parole, riusciremo a comprendere realmente l’orrore che accompagna l’esistenza di tanti uomini e a trovare il coraggio di agire.
