Dario Fo a Perugia nel 2009

Addio al giullare, come amava definirsi egli stesso, della cultura italiana. Dario Fo è morto giovedì mattina all’ospedale Sacco di Milano, dove era ricoverato da alcuni giorni per problemi respiratori. Aveva 90 anni e accanto a lui, da qualche giorno, c’era il figlio Jacopo, da molto tempo stabilitosi in Umbria, a Santa Cristina di Gubbio dove c’è la Libera università di Alcatraz. Fo è stato attivo fino all’ultimo tanto che uscirà da Guanda entro la fine dell’anno il suo libro «Quasi per caso una donna. Cristina di Svezia», storia di una «regina impossibile», colta e ribelle, ammirata e avversata, imprevedibile e coraggiosa, consegnato da poco alla casa editrice che lo manderà alle librerie la fine del 2016. Tantissime le occasioni in cui Fo è sbarcato in Umbria tra le quali, da ricordare, quella del 2009 a Perugia, nello splendido scenario di san Francesco al prato con il suo «Giotto non Giotto», spettacolo che aveva al centro gli affreschi del celebre pittore (qui la registrazione integrale).

VIDEO: A PERUGIA NEL 2009

Marini Un legame certamente forte quello tra l’artista e l’Umbria, non solo grazie ad Alcatraz. «Conosceva l’Umbria nella sua intima identità – scrive la presidente della Regione Catiuscia Marini -, nella sua immensa spiritualità, nello splendore dell’architettura medioevale. E l’ha amata come fosse la sua terra. Per questo gli dobbiamo essere grati e dirgli grazie. E non soltanto perché qui, in questa terra, ad Alcatraz, nelle campagne di Gubbio, ha vissuto, lavorato con l’indimenticabile compagna della sua vita e grande artista Franca Rame, e con il figlio Jacopo». «Il legame di Dario Fo con l’Umbria – dice ancora la presidente – era antico e molto stretto. Un legame che ha pervaso, e influenzato, tantissimo della sua ricerca e opera teatrale e letteraria. Ogni opera di Dario Fo, infatti – fino alla bellissima messa in scena dello spettacolo “Lu santu jullare Francesco” – era intrisa della spiritualità della nostra terra. Ma anche della sua cultura, della sua storia urbanistica, delle sue chiese e cattedrali, della pittura – da Giotto a Cimabue – dell’antica lingua umbra che Dario Fo aveva scelto per narrare, per denunciare, attraverso la vita di Francesco, o quella di Jacopone da Todi, le brutalità di una società contemporanea che spesso piega ai suoi interessi la vita dei cittadini».

L’invito «Ho conosciuto, ed amato l’opera di Dario Fo – aggiunge – sin da ragazza, ma successivamente, prima da sindaco di Todi e poi da presidente della Regione, ho avuto il privilegio e la fortuna di poterlo conoscere più da vicino. Chi di noi, che ha amato il teatro, non ha vissuto la emozionante esperienza di sedere alle tavole di legno della Libera Università di Alcatraz, e veder girare tra i tavoli Dario Fo e Franca Rame e con loro intrattenersi a parlare, discutere di teatro, politica e quant’altro? Tra i tanti ricordi – prosegue Marini – ce n’è uno che conservo con profonda simpatia e che dà la misura della straordinaria personalità di questo uomo umile e al tempo stesso un ‘gigante’ della cultura italiana: giovane sindaco di Todi sento bussare alla porta del mio ufficio. Apro e mi trovo di fronte lui, Dario Fo, già premio Nobel per la letteratura. Era venuto per invitarmi a visitare – e soprattutto studiare – il Duomo della città ed il Tempio di San Fortunato. Mi piace ricordarlo così e rinnovargli il sentimenti di profonda gratitudine che, sono certa, provano oggi tutti gli umbri».

I frati di Assisi «Si è spenta una voce critica – dice il Custode del Sacro convento di Assisi, padre Mauro Gambetti – che è stata da stimolo per l’attenzione verso gli ultimi e le periferie della storia. La preghiera è che possa incontrare l’amore pieno». Per il direttore della sala stampa del Sacro Convento, padre Enzo Fortunato, «Dario Fo è sempre stato legato da affetto e ammirazione per il Santo di Assisi. Lo testimoniano alcuni suoi scritti come la poesia per il Santo ‘Il dono della Pace’ e il racconto ‘La leggenda della fonte tiepida».

Porzi «È morto uno dei nostri più grandi artisti che nella sua lunga vita artistica ha rinnovato di contenuti e modalità espressive il teatro italiano. Anche a nome dell’Assemblea legislativa dell’Umbria esprimo il più vivo cordoglio per la scomparsa di questo grande italiano che con il linguaggio universale della vera arte ha saputo parlare al mondo». Così la presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, Donatella Porzi. «Noi umbri abbiamo sempre considerato Dario Fo – conclude Porzi – anche come nostro illustre, discreto, conterraneo, per la sua assidua frequentazione della Libera Università di Alcatraz gestita dal figlio Jacopo, a Santa Cristina di Gubbio, ed anche perché tra le tante opere frutto del suo genio ci ha regalato lo straordinario monologo ‘Lo Santo Jullare Francesco’, di cui molti ancora ne ricordano la suggestiva rappresentazione nella Piazza Grande di Gubbio in una sera di agosto di 17 anni fa».

Ruggieri, Stirati e Ricci Tra i tanti messaggi anche quello del direttore del Teatro stabile dell’Umbria, Franco Ruggieri, che parla di Fo come di una «icona del teatro del Novecento, tra i personaggi più rappresentativi, e il suo Mistero Buffo è uno degli appuntamenti teatrali più importanti a livello italiano e non solo e per questo ha avuto il Nobel. Ed anche linguisticamente il suo grammelot è stata un’invenzione teatrale di portata immensa». Cordoglio lo esprime anche il sindaco di Gubbio Filippo Stirati: «Siamo attoniti per la  perdita – scrive – ancora più viva e dolorosa per i rapporti che da lungo tempo si erano stetti con la città di Gubbio. Qui erano di casa Dario e, fino alla scomparsa, la moglie Franca,  la donna della sua vita nell’arte e nell’amore, e non era insolito vederli girare per le vie di Gubbio.  Il vuoto si fa largo nei cuori, con la consapevolezza che  i progetti e gli appuntamenti previsti saranno mancati, per cause indipendenti dalla volontà». Stirati lo ricorda come «uomo di sinistra fuori dal coro,  militante senza bandiere, affabulatore e cantastorie,  ha saputo pungolare il potere costituito con i suoi istrionici sberleffi, irridendo intellettuali di regime». Per Claudio Ricci invece  è stato «un pilastro autentico della cultura italiana, sempre libero ‘oltre l’ovvio’». «Si potevano avere idee molto diverse, ma la sua ‘intelligenza creativa’ brillava sempre ‘autentica e sferzante’, spesso contro la corrente che ‘omologa tutto e tutti».

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