di Lucia Caruso
Il “Re Lear” portato in scena da Michele Placido, applaudito al Teatro Morlacchi di Perugia dal 12 al 16 dicembre, racconta due storie parallele che mettono a fuoco il difficile rapporto tra padri e figli, tra potere e umanità, tra bene e male. Ed è in questi contrasti che si snoda il dramma del protagonista costretto a fare i conti con la fine del suo regno ma anche con la sua vecchiaia, e quindi con l’inesorabile avvicinarsi dell’epilogo della sua vita.
La trama Questo straordinario personaggio shakespiriano ad un certo punto decide di spogliarsi dei suoi abiti regali e di dividere il suo regno in tre parti da consegnare alle sue tre figlie. Da queste in cambio si aspetta elogi e parole d’amore. C’è una delle sue figlie però, l’ultima e la prediletta, che avrebbe avuto la parte più grande del suo regno, che si rifiuta “levare il peso dell’amore sino alle labbra”, di ridurre i suoi sentimenti a stupidi elogi: “non dico niente”, esclamerà, scatenando le ire del padre. Re Lear decide quindi di diseredarla e di vivere quel che gli resta con le altre 2 figlie. Da qui inizia per lui una via crucis fatta di un dolore inenarrabile, di ferite continue, di delusioni lancinanti, di ingiurie e oltraggi, che lo trascinerà alla follia. Perchè le sue due figlie, troppo preoccupate delle loro reciproche vite, non vogliono accudirlo, lo trattano come un vecchio e infine tenteranno di lasciarlo morire alle intemperie di una natura, che pare riflettere lo stato d’animo dei personaggi. Una tempesta carica di simbolismo che trasfigura quella esistenziale attraversata da Lear, oscillante tra follia e saggezza. Parallelamente c’è la storia di Gloucester, un suo fedele servitore, ingannato dal figlio illegittimo Edmund, reso cieco proprio come Edipo. Anche una scultura in scena ricorda questo personaggio di Sofocle, che poi fa da eco in tutto lo spettacolo nella sua interpretazione freudiana. Scopriranno entrambi, sia Gloucester che Lear, forse troppo tardi, che proprio quei figli di cui avevano dubitato, erano coloro che davvero nutrivano per loro sinceri sentimenti d’amore.Il Lear di Placido è un re un po’ malandato, barba lunga bianca, pigiama rosso e ciabatte. Caduto in povertà vagherà con una ghirlanda di fiori in testa, in mutande al freddo e al gelo tra le macerie di un mondo perduto. Solo. Stralunato e sognante. La follia del re barbone è sostenuta, ed in qualche modo anche fomentata, da Brenno (interpretato dal figlio di Placido) e da Edgar, l’altro figlio di Gloucester, anche lui uscito di senno in seguito alle crudeli vicende costruite da Edmund che vuole prendere per sè tutta l’eredità del padre. Ed è in questa assurda guerra di potere che si scandaglierà la storia fino alla sua parabola discendente che vedrà re Lear sciogliersi d’amore di fronte all’affetto della sua Cordelia, proprio colei che aveva ripudiato. In questo rapporto ritrovato pare tornare bambino, rivelando quella dolcezza, che fa dimenticare quanto sia stato ingiusto e a volte persino crudele nei confronti della sua ultima figlia. Quindi se prima accecato dalle apparenze aveva peccato di cattiveria poi sarà avvolto da quella fragilità che gli restituirà umanità.Gli attori L’interpretazione di Michele Placido è di notevole spessore: la sia maturità espressiva risulta davvero degna di nota. Molto bravi anche Federica Vincenti, nel ruolo di Cordelia, la figlia piccola di Lear, e Brenno Placido, questo rapper matto che, è la voce di una coscienza buffa, folle si ma mai illogica, capace di riempire lo spazio della sua giovinezza e della sua spensieratezza. Ma l’animale da palcoscenico che più salta all’occhio per la sua capacità espressiva e per la sua presenza scenica è Francesco Bonomo che, l’anno scorso, sempre al Teatro Morlacchi, indossava i panni del fratello cattivo Franz nei “Masnadieri” di Gabriele Lavia. http://www.umbria24.it/morlacchi-limpeto-violenza-gabriele-lavia-masnadieri-schiller/71483.html
La scenografia è uno spaccato di cronaca, in cui si mescolano elementi classici e contemporanei. I colori sono cupi e tutto intorno è distruzione, ruderi e macerie. La grande corona rovesciata che campeggia sullo sfondo a raccontare la fine di questo regno riporta il pubblico all’inizio della storia, in cui la corona di re Lear gli cade dalle mani facendo presagire un cattivo futuro.
La regia Nonostante risulti troppo forzata la lettura post moderna dell’opera, come i costumi sadomaso, alcune scene erotiche che deviano rispetto all’intento della narrazione, e nonostante si sarebbe potuto levigare lo spettacolo in alcune delle sue parti, la regia, firmata dallo stesso Michele Placido e da Francesco Manetti, è comunque un sapiente lavoro, in grado di mantenere alta la poesia del testo e capace di mettere in luce la forza di quest’opera shakespiriana, datata 1605 che, sorretta da questi tempi sempre attuali, sa adattarsi al tempo, restando contemporanea a dispetto dei suoi anni.

