Nel suo articolo pubblicato su Repubblica, Raffaella De Santis racconta come negli ultimi anni il tema del sacro stia diventando sempre più terreno di riflessione delle donne, in particolare delle teologhe che portano nel dibattito interpretazioni capaci di scalfire antichi stereotipi. Una trasformazione che trova spazio anche nel festival L’eredità delle donne, dove il confronto fra tradizioni religiose diverse è diventato centrale. La curiosità che emerge con maggiore forza è l’avanzare di una nuova ondata di teologia femminista che rilegge i testi sacri, dal Vangelo al Corano, secondo una prospettiva inclusiva e consapevole. Tutto parte dall’ascolto dei testi, spiegano le protagoniste, perché la lettura determina il modo in cui la religione entra nella vita delle persone.
Sul palco di Firenze si sono incontrate Mpho Tutu van Furth, sacerdotessa episcopale sudafricana e figlia di Desmond Tutu, la teologa cattolica Simona Segoloni Ruta e la studiosa musulmana Shahrzad Houshmand Zadeh. Nel talk dal titolo Il sacro che ci appartiene hanno discusso di inclusione e libertà spirituale, cercando un terreno comune capace di aprire il dialogo tra fedi e culture. La conversazione, moderata da Lucetta Scaraffia, ha mostrato come il femminismo teologico stia assumendo forme diverse ma accomunate dal tentativo di ridefinire il ruolo delle donne nelle comunità religiose.
Una figura simbolica di questa strada è Maria, presente con forza nel cristianesimo e nel Corano. Segoloni Ruta ricorda che nel cristianesimo l’incarnazione è possibile solo grazie a una donna e osserva come lo stesso Vangelo smonti l’idea che Maria sia definita dal solo ruolo materno: «Quando a Gesù viene detto “beato è il grembo che ti ha portato”, lui sposta l’asse della beatitudine e dice che beati sono coloro che credono». Houshmand Zadeh aggiunge che il Corano presenta Maria come «icona e modello da seguire», una figura che incarna accoglienza e inclusione.
Il racconto di queste teologhe porta a interrogarsi sulle ragioni che nel corso dei secoli hanno emarginato le donne dalle funzioni religiose o le hanno accusate di devianza per aver letto i testi sacri in modo diverso. La tradizione islamica ricorda figure fondative come Khadija, prima credente della parola del profeta Muhammad, una donna adulta e indipendente la cui storia è spesso ignorata nelle rappresentazioni contemporanee. Segoloni Ruta ricorda che anche Gesù aveva seguaci uomini e donne e che la resurrezione viene annunciata da Maria Maddalena, elementi che la storia successiva ha in parte normalizzato attraverso strutture di potere consolidate.
Fra le protagoniste della discussione, Mpho Tutu van Furth porta un esempio emblematico. Ordinata sacerdotessa anglicana in Sudafrica, ha dovuto lasciare il paese perché non le era più consentito esercitare il ministero dopo aver sposato una donna. Racconta la sua vicenda con naturalezza, ricordando l’insegnamento dei genitori e la loro relazione priva di gerarchie. Una frase del padre, Desmond Tutu, le è rimasta impressa: «Non andrei mai in un paradiso omofobo».
Le tre studiose concordano sul fatto che il futuro dipenda da una lettura dei testi sacri sempre più liberante. Segoloni Ruta cita alcuni passaggi del Nuovo e del Vecchio testamento che hanno risentito di interpretazioni patriarcali e spiega come il famoso brano sulla sottomissione delle mogli ai mariti vada in realtà compreso come invito alla «reciproca sottomissione». Ricorda anche che la maschilità incarnata da Cristo non corrisponde ai modelli tradizionali e che la sua scelta di non sposarsi lo colloca fuori dalla struttura familiare dominante nell’epoca.
Houshmand Zadeh evidenzia che nell’islam il femminismo ha una storia di oltre un secolo e cita figure come Lady Amin, autrice di quindici volumi di commento al Corano. Sottolinea che le ingiustizie commesse in alcuni paesi nei confronti delle donne hanno radici sociali e non religiose. Ricorda che in Afghanistan viene vietato lo studio alle ragazze, mentre il profeta Muhammad aveva affidato alla figlia Fatima l’eredità della tradizione profetica.
Il quadro che emerge è quello di una riflessione teologica femminile in costante movimento, che chiede spazi di responsabilità e leadership nelle chiese e che prova a riportare al centro le origini, le figure femminili fondative e la complessità dei testi sacri. Una ricerca che si muove tra tradizioni diverse e che sta ridisegnando il modo di raccontare il sacro.
