A Perugia si torna a parlare di Ali Baba Faye, l’artista e sindacalista senegalese scomparso nel 2024 che ha lasciato il segno nella vita culturale e sociale della città. Negli spazi di Umbrò, dal 22 novembre all’8 dicembre, una mostra intitolata “Ya Babà – La scolpittura di Ali Baba Faye” ripercorre il suo percorso umano e creativo, affiancata dalla presentazione postuma dell’autobiografia Italia mia. Arrivato in Italia negli anni Ottanta, attivo nella Cgil e nella difesa dei lavoratori migranti, Faye aveva elaborato una personale fusione tra pittura e scultura, la “scolpittura”, che indagava il rapporto tra uomo e natura. Di seguto pubblichiamo un ricordo di Faye scritto da un suo caro amico.

di Wladimiro Boccali

Rivedo Aly dopo tanto tempo. Mi arriva un messaggio da Pietro Folena con l’invito ad un incontro promosso dall’Associazione Malacoda. Prendo in seria considerazione ogni evento organizzato da Folena, in questo caso tra i relatori c’era Ali Baba Faye, un’accoppiata che rendeva impossibile una mia assenza.

Arrivo al piccolo Teatro di Porta Portese, l’incontro è già iniziato, la sala buia, nonostante ciò riconosco Aly seduto su una poltrona laterale, mi avvicino a lui, che ovviamente non mi riconosce e gli sussurro all’orecchio chi sono. Si gira di scatto verso di me, quasi incredulo di trovarmi lì e mi riserva un saluto affettuoso. Quando viene il suo torno tra i relatori, ricorda l’arrivo a Perugia e i suoi primi incontri, tra cui quello con un giovane ragazzo della Fgci, che anni dopo diventerà Sindaco della sua Perugia. Mi sono emozionato, e mi sono sentito orgoglioso per quei ricordi, quel periodo e quelle sue parole.

Alla fine dell’incontro siamo andati a bere una cosa insieme, ci siamo lasciati con l’impegno di rivederci presto. Purtroppo, non ci siamo riusciti. Di quel momento conservo il ricordo in una bellissima foto con lui e Pietro. Siamo figli del tempo che ci ospita.

Leggere il libro di Aly, sentirgli raccontare la sua storia, mi riporta ad anni felici. La scoperta del mondo, la bramosia di conoscere persone e cose, la forza e il vigore della giovinezza nel voler fare e cambiare ciò che non ci piaceva. Mi ha ricordato la sensazione di potere, e dover in qualche modo metterci a disposizione per tentare di migliorare ciò che avevamo intorno.

Ai miei occhi la casa di via della Sposa, così come quella di via Marsala, rappresentava uno scrigno di una ricchezza incredibile, quando andavo lì, avevo l’impressione di un luogo infinito. Arrivavano persone in continuazione e quel piccolo appartamento ai miei occhi era “senza fondo”. La gioia e l’adrenalina di sentirmi in una nuova dimensione politica, culturale e sociale erano incontenibili.

Come tanti, anche a me il nome di Aly aveva colpito, ero convinto che non fosse veramente il suo nome, ma un modo per rendersi “pronunciabile” rispetto a un nome vero che immaginavo non lo fosse. In quegli anni a Perugia, i cittadini stranieri presenti erano lì esclusivamente per frequentare i corsi all’Università per Stranieri. Una presenza ben vista dalla città, che portava ricchezza economica e culturale, rendeva una città di provincia meno provinciale, un luogo multietnico e multiculturale. Le istituzioni, dal Comune alla Regione, dall’università alle associazioni culturali, erano tutte impegnate a favorire il dialogo, lo scambio e la promozione culturale.

Aly è stato fin dall’inizio attivo e disponibile a raccogliere gli stimoli, le curiosità e le richieste di partecipare a iniziative e incontri politici e culturali. Era empatico, capace di catturare simpatia con uno sguardo. Un uomo aperto al dialogo, in grado di capire parole e gesti di chi si approcciava per la prima volta ad una cultura così diversa dalla propria. Come dice lui con “una naturale propensione a relazionarsi”.

“Mi chiedevano di toccarmi i capelli”, un gesto che avrebbe potuto essere interpretato irrispettoso, per lui invece era un modo per rompere le barriere e abbattere la diffidenza. Un modo per gettare un ponte tra due mondi e avvicinarsi. Pur avendo dichiarato il suo amore per l’Italia, a partire da Perugia, ai suoi occhi “microcosmo cosmopolita”, ha sempre rivendicato con orgoglio le sue radici. Condivideva le battaglie del padre della Repubblica del Senegal, Senghor, ci teneva a far conoscere la profonda e antica cultura africana e il suo legame con la madre e l’amata nonna è sempre stato importantissimo per lui e per le sue scelte.

Le feste e la musica lo hanno aiutato molto a rompere barriere e creare relazioni. Ha anche frequentato e lavorato a Radio Perugia 1, ragione per la quale lo invidiavo tantissimo da amante della radio. Tra le relazioni che è stato in grado di costruire voglio ricordare quella con Luis Ndoye, la persona con gli occhi più dolci ed espressivi che abbia mai conosciuto.

La sua storia è rappresentativa di un tratto di storia italiana. Se da un lato ci descrive le lotte per conquistare diritti, integrazione, servizi per i nuovi cittadini, dall’altro ci squaderna, senza reticenze o infingimenti, i fallimenti e le delusioni personali e collettive di una cultura politica che non è riuscita a capire ciò che stava avvenendo. Quella che poi venne definita globalizzazione cambiò radicalmente il modo di guardare e vivere di ciascuno. L’irrompere di nuove paure, in parte risultato di un’inadeguata risposta a segnali preoccupanti spesso sottovalutati, ha portato alla contrapposizione tra il “cattivismo” e il “buonismo”. Ridurre a una contrapposizione tra buoni e cattivi è una semplificazione che la nostra cultura politica dovrebbe combattere. È necessario guardare la realtà, accettarla e cercare soluzioni utili, se non a risolvere il problema, almeno a tentare di ridurlo.

Siamo cresciuti in un periodo pre-globalizzazione nel quale sapevamo quello che stava accadendo nel mondo e cercavamo di prendercene cura. Raccoglievamo fondi alle Feste dell’Unità per il Nicaragua Sandinista (poi degenerato), sostenevamo la prima Intifada senza porci il problema di essere accusati di essere antisemiti, perché non lo eravamo e non lo siamo. Nel mio piccolo paese, festeggiavamo il compleanno di Nelson Mandela il 18 luglio all’interno di Reds, la festa dei Giovani Comunisti e tanto altro ancora. Tutto questo mantenendo alta l’attenzione nei nostri quartieri e nelle nostre città. Ricordo i capodanni di solidarietà nei quali si veniva accolti dagli auguri di buon anno in più di dieci lingue.

A certo punto però, qualcosa si è cominciato a rompere. Aly ce lo racconta. Dalle rivolte ai morti di Firenze fino a Jerry Masslo, dal linguaggio di odio al fomentare le paure. La reazione è stata di Popolo, con la manifestazione del 7 ottobre del 1989, e di istituzioni, con la prima Legge quadro sull’immigrazione, la cosiddetta Legge Martelli, fino alla Turco-Napolitano, che Aly si è trovato a “gestire” nel suo ruolo di dirigente del Partito che ne aveva assunto la paternità.

Il multiculturalismo, la multietnicità e l’integrazione da valore erano diventati un pericolo. Anziché anticipare le paure di una società senza più ideologie o ideali, se non la ricchezza economica individuale, le paure sono state inseguite, assecondate, dando risposte repressive e divisive, oppure non dando risposte. Con la sua storia Aly Baba Faye ci obbliga a riflettere su quegli anni, invitandoci a guardare oltre. Lo fa con la speranza e la forza del dialogo, le stesse che hanno sempre guidato la sua vita. Aldo Capitini diceva:“A ognuno di fare qualcosa”.

L’augurio, che faccio alle lettrici e ai lettori, è quello di analizzare ciò che è stato quel periodo, cercando di capire cosa ciascuna e ciascuno di noi possa fare per permettere di nuovo alle persone, che vengono da culture e paesi diversi, di tornare a guardarsi con la curiosità e la simpatia che il primo sguardo di Aly suscitava in chi lo incontrava nella Perugia di quegli anni.

Questo contenuto è libero e gratuito per tutti ma è stato realizzato anche grazie al contributo di chi ci ha sostenuti perché crede in una informazione accurata al servizio della nostra comunità. Se puoi fai la tua parte. Sostienici

Accettiamo pagamenti tramite carta di credito o Bonifico SEPA. Per donare inserisci l’importo, clicca il bottone Dona, scegli una modalità di pagamento e completa la procedura fornendo i dati richiesti.