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sabato 8 maggio - Aggiornato alle 00:37

Ebrei salvati all’Isola Maggiore, la scoperta: «Un poliziotto li aiutò a fuggire insieme a don Ottavio»

Giuseppe Baratta

di Ivano Porfiri

C’era don Ottavio e i pescatori, ma non solo. Si riapre grazie agli studi del ricercatore Gianfranco Cialini la vicenda eroica che portò al salvataggio da una morte sicura un gruppo di trenta ebrei detenuti all’Isola Maggiore, al Trasimeno sul finire della Seconda guerra mondiale. C’è stato un altro eroe, un uomo rimasto per oltre mezzo secolo nell’ombra per via di quel suo carattere schivo e fedele al proverbio «Fai del male e pensaci, fai del bene e scordati». E’ l’agente di polizia, allora chiamata «Pubblica Sicurezza», Giuseppe Baratta. Ora c’è chi chiede per lui le onorificenze, giustamente riconosciute alla memoria di don Ottavio Posta: la Medaglia d’oro del presidente della Repubblica e il riconoscimento di Giusto tra le Nazioni dallo Stato d’Israele.

Ore drammatiche Nel suo scritto «Un eroe riscoperto», Cialini ricostruisce tutta la vicenda. «Nei primi mesi del 1944 – ricorda – il Prefetto Rocchi, al fine di salvare circa trenta ebrei italiani e stranieri arrestati e reclusi nell’Istituto magistrale di Perugia dalla deportazione da parte dei tedeschi, li fece internare nel Castello Guglielmi dell’Isola Maggiore del Trasimeno. La loro custodia fu affidata alla questura di Perugia che si avvalse per tale compito sia di agenti in organico sia di altri ausiliari della zona; il responsabile del campo era il fascista Luigi Lana di Castiglion del Lago». Nelle ore drammatiche della ritirata tedesca, quei 30 innocenti era destinati a morte sicura, nella notte tra il 19 e il 20 giugno, qualcuno li aiutò a metterli in salvo, imbarcandoli sui mezzi dei pescatori locali dall’Isola Maggiore, ancora in mano dei tedeschi, a Sant’Arcangelo di Magione dove li affidò agli alleati. Quel qualcuno è don Ottavio Posta, un eroe insignito con la medaglia d’oro e il riconoscimento dello Stato di Israele. Ma non era solo.

La testimonianza La nuova figura emerge grazie a Livia Coen, un’ebrea perugina detenuta a Isola Maggiore, la cui testimonianza firmata e resa davanti al notaio Giuseppe Briganti il 5 settembre 1945 e tra le carte del fascicolo processuale istruito contro il prefetto Armando Rocchi, fu trovata nel 2005 da Cialini nell’Archivio di Stato di Roma. La Coen, testimoniando sul fatto che Rocchi avesse cercato in tutti modi di salvare gli ebrei, ricorda: «Al Castello Guglielmi al momento della ritirata vennero 45 tedeschi per arrestarci, ma l’Agente della Questura cercò di metterci in salvo e ci nascose nel fitto bosco ove stemmo tre giorni e tre notti e poi insieme con il Parroco don Ottavio Posta ci portarono di notte all’altra sponda del Lago che era già stata liberata dagli inglesi e cosi potemmo, con l’ aiuto dei boni, tornare salvi alle nostre case». Ma chi era questo agente?

LA TESTIMONIANZA DI LIVIA COEN

Baratta Cialini lo identifica in Giuseppe Baratta, nato a Perito (Salerno) il 19 gennaio 1919, arruolato nella Pubblica Sicurezza fu nel 1940 destinato alla piazza di Milano, poi trasferito successivamente alle questure di Perugia, di Forlì, infine a quella di Ancona dove morì il 26 gennaio 1994. E lo fa grazie a diverse testimonianze raccolte, tra cui quelle importanti di Enrichetta Dyasson, anche lei tra quegli ebrei confinati a Isola Maggiore, e del pescatore Agostino Piazzesi, morto nel 2012 poco dopo aver ricevuto il titolo di Cavaliere della Repubblica. E tracce del ruolo di Baratta sono stati trovati in due pubblicazioni: ‘L’Isola dei Buoni’ di Geraldo Radie il ‘Diario di Bordo’ di Sauro Scarpocchi. Per il suo contributo nel salvataggio, fra l’altro, Baratta fu arrestato dai tedeschi fu messo al muro del castello, poi miracolosamente risparmiato dalla fucilazione.

Il figlio: «Papà e il suo senso del dovere» Cialini è riuscito quindi a rintracciate il figlio di Baratta, Raffaele, che ha confermato la scoperta: «In famiglia – spiega il figlio dell’agente – abbiamo avuta conoscenza dei fatti dell’ Isola del Lago Trasimeno; ma l’ atteggiamento semplice e schivo di mio padre in occasione del suo racconto ha ricondotto quegli eventi nel nostro immaginario ad un’ azione dovuta, quasi banale, che andava fatta al di là e al di fuori di ogni ideologia. Nel racconto di mio padre, l’unico suo coinvolgimento emotivo, il più marcato, riguardava proprio il muro del Castello e il mitra tedesco pronto a sparare. Il racconto da parte di mio padre era pervaso da un “normale” e obbligatorio senso del dovere che oggi potrei definire istintivo e umanitario. Questo senso del dovere lo ha sempre legato alla Pubblica Sicurezza prima e alla Polizia di Stato poi, nel rispetto di valori antichi quali la solidarietà e la concordia».

Un riconoscimento Alla luce della scoperta, c’è chi chiede di onorare la memoria di Baratta, come Cialini e l’Associazione nazionale polizia di Stato di Perugia. «Mi rendo ben conto che ormai – dice Cialini – a distanza di circa settant’anni, conferire un’onorificenza (o comunque un minimo riconoscimento, purtroppo solo alla memoria) a chi ha messo a repentaglio la propria vita per salvare degli innocenti, sarebbe tardivo e non risarcirebbe della nostra colpevole dimenticanza, ma penso costituirebbe ulteriore motivo d’orgoglio per la sua famiglia e per la nostra polizia di Stato che il Baratta onorò con il suo coraggio e con il suo apporto nelle vicende della liberazione degli ebrei dell’Isola Maggiore». Della vicenda si è, comunque, già interessato il prefetto di Perugia e si sta lavorando perché anche Baratta ottenga quanto meno la Medaglia d’oro alla memoria.

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