di Elle Biscarini
«Colpirne uno per educarne cento». La citazione è attribuita a Mao Zedong, e come titolo calza a pennello per parlare del caso di Julian Assange e di ciò che può significare per la libertà di stampa in Occidente. Alessandro di Battista, ex pentastellato, in occasione del festival di letteratura ispanoamericana Encuentro, mercoledì 20 marzo porta sul palco di San Francesco al prato le vicende del fondatore di Wikileaks.
Informazione libera Sono ormai quasi 13 anni che Assange non vede più la luce del sole. Rischia l’estradizione negli Stati Uniti e il carcere a vita per aver diffuso documenti secretati che provavano i crimini di guerra di diversi paesi. Difficile non fare un parallelo con la realtà di oggi: dopo l’11 settembre 2001 gli Stati Uniti, oggi lo sappiamo anche grazie a Wikileaks, hanno sfruttato l’asimmetria informativa e la propaganda in Occidente per nascondere crimini e abusi. Cosa che sembra stia accadendo anche nel presente, dove i media mainstream propongono una realtà ben diversa da quella mostrata dai social media di coloro che si ritrovano sotto le bombe israeliane a Gaza, nella Cisgiordania occupata, e persino in Ucraina. Di chi fidarsi quindi?
Strumenti «Gli strumenti – dice Alessandro di Battista a Umbria24 – che ci ha fornito Assange con Wikileaks, per smascherare la genesi delle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia, sono strumenti che abbiamo il dovere di utilizzare per capire le guerre di oggi. Perché anche oggi si fanno le guerre utilizzando menzogne, narrazioni belliciste e propaganda». Guerre che secondo di Battista hanno molto in comune, ma nulla a che vedere con la dichiarata “lotta al terrorismo”. Con questa scusa, «ci hanno trascinato in guerra in Afghanistan e Iraq – continua – così come oggi le guerre in Ucraina e Palestina non hanno niente a che fare con la lotta per la libertà. Si tratta soltanto di interessi e dovremmo ribellarci. I popoli sono contro la guerra». Un messaggio che ha lanciato Assange prima di perdere la libertà, al quale ora fa da eco anche Alessandro di Battista con il suo spettacolo.
Guerre di interesse La propaganda come arma di guerra è sempre stata utilizzata, anche e soprattutto in Occidente: «Oggi ti danno dell’antisemita, o del filo-terrorista, se provi a parlare del genocidio di Israele a Gaza. È la stessa dinamica che avveniva con l’Afghanistan: se ti opponevi a quella guerra ignobile eri filo-talebano. Poi abbiamo visto com’è finita. Assange diceva che l’obiettivo in Afghanistan non era una guerra di successo, ma una guerra duratura, l’unica che consente il trasferimento di denaro dai cittadini all’industria bellica, soprattutto statunitense». La stessa dinamica che oggi vediamo in Ucraina, sottolinea di Battista, dove i poteri occidentali non avrebbero alcuna intenzione di fermare il conflitto. Ma bensì di prolungarlo per continuare ad arricchirsi con l’industria bellica, «sulla pelle degli ucraini, tra l’altro. Muoiono loro, non certo i figli di Biden».
Controinformazione Dalla propaganda di guerra, insomma, se ne esce solo con un «duro, costante e lungo, e forse lento, lavoro di controinformazione», quello che appunto ha cercato di fare Assange con Wikileaks. «Assange ormai l’hanno già ammazzato. Gli hanno tolto 13 anni di vita. Io credo che il modo migliore per omaggiarlo sia ricordare quello che sappiamo grazie a lui, e utilizzarlo per leggere il presente. E questo è un grande lavoro di cittadinanza attiva». Un lavoro che oggi grazie ai nuovi mezzi di informazione, come i social media, sta spingendo la propaganda a rispondere «alzando il livello delle menzogne. La propaganda occidentale è più subdola. Spesso viene mascherata, ma è sempre propaganda becera. Basta vedre i tg nazionali che ormai sono strumenti di propaganda ignobile».
In Italia Su questo frangente, infatti, l’informazione in Italia, dice di Battista, non si sta comportando bene. Nel Belpaese «esiste il dramma dell’editoria impura. I giornali sono in mano a editori impuri, con altri interessi rispetto al fare informazione. La maggior parte dei giornali in Italia è in mano a loro che li utilizzano per salvaguardare i loro interessi economici, finanziari e industriali. Le eccezioni sono poche e nel 90 percento dei casi, i giornalisti subiscono conflitti di interesse e questo è un grande problema in Italia. La Rai ne è l’esempio: prima era lottizzata dai partiti, dalla riforma Renzi in poi, è peggiorata drasticamente».
Colpirne uno «Un giornalista come Assange – conclude – che ha osato dire cose vere, sta marcendo, non a Teheran, o a Pyongyang, ma a Londra. In un carcere di Londra. Nel cuore del ‘libero e democratico’ Occidente. Questo ci fa capire il livello di libertà di stampa che abbiamo qui in Europa e in Italia. Vogliono colpire Assange, farlo marcire in carcere, così che non possano nascere altri Julian Assange anche in Italia. Qualcuno potrebbe farsi la domanda: ‘Ma se hanno fatto questo a lui, per quale motivo io devo pubblicare questa notizia scomoda?’. È per questo che ci dobbiamo ribellare».
