di Ester Pascolini
A volte, dietro la parvenza di un’esistenza “normale” si può celare una vita incredibilmente travagliata. A ricordarcelo è il libro Kidanè (Bertoni editore), primo romanzo della scrittrice gualdese Isabella Acciari, che dopo aver pubblicato una raccolta di poesie nel 2021, Il soffio della tempesta (Diadema edizioni), si mette ora alla prova, per la prima volta, con questo genere letterario. La vicenda narrata è quella di un uomo passato attraverso una catena interminabile di esperienze tormentate, compreso l’allontanamento dal suo paese di origine, l’Eritrea, e di come riuscirà, dopo la Seconda guerra mondiale, a ricostruirsi una vita, creando un nucleo familiare in un piccolo paesino dell’Appennino umbro, Gualdo Tadino.
Dall’Eritrea a Gualdo Ma andiamo con ordine. Prima di tutto, cosa vuol dire la parola Kidanè? In pochi lo sanno, ma questo è un nome maschile eritreo. Kidanè, dunque, che di cognome faceva Amharai, era un uomo, nato in Eritrea nel 1906, ed era, soprattutto, il nonno di Isabella Acciari. La scrittrice, ripercorrendone le vicissitudini, racconta dove tutto ha avuto inizio, in Eritrea appunto, e dove tutto ha avuto fine, a Gualdo Tadino, nel 1983, anno in cui Kidanè morì, a settantasette anni, in un grave incidente stradale, avvenuto mentre passeggiava di sera nelle vie della città. Tra i due poli temporali si dipanano tante vicissitudini, che per una serie di incredibili coincidenze, e in un’epoca in cui non era così comune assistere a fenomeni di immigrazione africana nelle terre appenniniche, condurranno l’uomo in questo paesino arroccato sotto le montagne umbre.
La storia Le vicende di Kidanè e quelle della sua famiglia sono di quelle che restano impresse nella memoria a lungo, tanto la storia è tormentata, piena di colpi di scena, ricca di spunti di riflessione. Nel libro, la scrittrice la ripercorre passo a passo, mescolando ricordi reali, provenienti dal nonno stesso, a ricostruzioni fantasiose da lei inventate, espediente che le ha permesso di romanzare la vita di Kidanè e di descrivere, in maniera credibile, la sua infanzia e i paesaggi e le atmosfere eritree, nonostante Isabella non abbia mai visitato il paese africano.
Il colonialismo Per comprendere come Kidanè sia giunto a Gualdo Tadino, è necessario fare un salto nel passato coloniale italiano in Eritrea. «Mio nonno aveva solo otto anni quando fu sradicato da Keren, non lontano da Asmara – racconta Isabella –portato via da alcuni “signorotti” italiani che all’epoca erano soliti fare affari nel paese, prendendo al loro seguito ragazzi africani affinché potessero diventare la loro servitù». Fu così, dunque, che il giovane giunse in Italia, dove visse la sua infanzia in piena Prima guerra mondiale. «Se penso a quel bambino di otto anni – riflette tra sé e sé Isabella – in una terra in cui nessuno è uguale a te, non hai la famiglia, non parli la lingua, ci sono i bombardamenti…». Insomma, la vita di Kidanè fu dolorosa fin da piccolissimo. Isabella sa con certezza, però, che nel periodo intercorso tra l’arrivo in Italia e l’incontro con la moglie Santa Bassetti, nonna dell’autrice, il nonno tornò almeno due volte in Eritrea. Per lui, però, non era facile parlarne, e non disponendo di notizie dettagliate per ricostruire questi passaggi, nella stesura del libro Isabella ha dovuto fare appello alla sua immaginazione, sforzandosi, in ogni caso, di restituire un quadro realistico della vita di Kidanè.
La vita Il romanzo è strutturato in modo da offrire due differenti punti di vista, che si sviluppano a capitoli alterni: se in uno la protagonista è Isabella nel suo rapporto diretto con il nonno, nell’altro al centro della narrazione sono gli avvenimenti della vita di Kidanè. «Mio nonno era un uomo molto erudito – dice ancora Isabella – perché quei “signorotti” avevano mantenuto la promessa di farlo studiare fino alla sesta elementare. Inoltre, nei luoghi dove lavorava aveva accesso alle biblioteche. Era un uomo composto, elegante, aveva “assorbito”, in quegli ambienti, un portamento di fierezza e di orgoglio, che ha cercato, poi, di trasmettere anche a me»,
Giuseppe Volpi L’incontro cruciale della vita sua vita però, avvenne alcuni anni dopo e fu quello con il conte Giuseppe Volpi di Misurata, politico e imprenditore molto vicino al governo fascista, di cui fu anche ministro, noto per essere il “padre” della biennale di Venezia e della mostra del Cinema, e dai cui deriva, appunto, la coppa Volpi a lui intitolata. «In realtà – aggiunge Isabella – sembra che lui non sposò le leggi razziali». Kidanè si trovò a lavorare per il Conte a Treviso e fu proprio a Villa Barbaro Maser che incontrò la sua prima moglie, una donna eritrea, con la quale ebbe due figli. La donna, purtroppo, morì di una polmonite quando i bambini avevano otto e cinque anni, causando un grande dolore a Kidanè. «Nello stesso periodo – spiega l’autrice – mio nonno fu spedito, non so bene per quale motivo, in missione a Montegrappa, lasciando i due bambini con la moglie del Conte, che gli aveva promesso di prendersene cura».
Santa Quando tornò, però, scoprì che i figli versavano in condizioni pessime: avevano i pidocchi, la dissenteria, erano magrissimi. La disperazione per la perdita della moglie, sommata alla delusione e alla precarietà della salute dei due bambini, gli fece prendere la decisione di scappare e di portare i due figli con sé: «Lui esplose in un urlo lacerante – afferma l’autrice – la Contessa lo richiamò a rimanere, scusandosi con lui, senza riuscire a convincerlo». Vagando per la penisola, dopo che un gran numero di collegi cattolici gli chiuse le porte, Kidanè trovò rifugio per i due figli in un collegio protestante di Firenze, in quel momento colpita da forti rastrellamenti. Lasciò, perciò, i ragazzi, e si spostò a Roma, dove ottenne un nuovo lavoro di servizio presso un conte. «Fu lì – spiega la scrittrice – che conobbe mia nonna Santa, originaria di Gualdo Tadino, anche lei “a servizio” nello stesso posto».
I demoni I due si sposarono a Roma nel 1944, e dopo diversi anni nella Capitale, tornarono a Gualdo Tadino nel 1946, in occasione della nascita della figlia (madre di Isabella), non senza andare incontro a qualche problema familiare, in un tempo in cui i matrimoni misti destavano ancora scalpore, soprattutto in un luogo, come la Gualdo Tadino di quegli anni, isolata e culturalmente retrograda. Nel frattempo, comunque, Kidanè si recava a Firenze per far visita ai figli, ai quali fece conoscere anche la sorella. I due restarono in collegio fino ai diciotto anni, ma dopo aver frequentato l’istituto alberghiero si trasferirono all’estero per lavorare, perdendo, di fatto, i contatti con il padre. Successivamente rientrarono in Italia e dopo tanti anni la famiglia riuscì comunque a ricongiungersi, anche grazie alla madre di Isabella, che si diede da fare per ricomporre tutti pezzi del puzzle familiare. L’incontro con Santa, comunque, non fu sufficiente per allontanare del tutto i demoni di Kidanè, che a più riprese attraversò dei momenti complicati: lo sradicamento, le guerre, le perdite, l’essere “straniero” sempre, avevano lasciato delle tracce molto profonde nella sua anima.
Diversità Isabella parla del nonno come si parla di un grande amore, il suo viso si illumina quando racconta le estati, i pomeriggi invernali, passati con lui e con la nonna. Il rapporto con Kidanè era straordinario: «Si è interrotto troppo presto – dice – quando io avevo solo dodici anni, ma fino ad allora è stato viscerale». Le si legge in volto la fierezza delle sue origini e la consapevolezza della sua unicità: «A volte da bambina mi chiamavano “negra”, parola che allora era usata, spesso, anche senza intenti offensivi. Solo una volta mi ricordo di aver pianto, all’asilo, ma già poco dopo mi resi conto di essere contenta, come lo ero quando arrivavano i miei parenti ed andavamo in centro tutti insieme. Eravamo “diversi”, questo mi rendeva unica. Ero felice delle mie radici, per me era un surplus che poteva arricchire me ma anche gli altri».
L’aneddoto A questo punto, le viene in mente un aneddoto curioso: «In piena guerra tra Eritrea ed Etiopia – racconta- una cugina di mia madre si era fidanzata con un guerriero che era dovuto scappare e gli abbiamo dato rifugio da noi, a Gualdo. Io ne ero orgogliosa: insomma, avevo un guerriero a casa, uno che lottava per la libertà del suo paese, mi sembrava una cosa incredibile». Le radici, dunque, il suo amore per la terra del nonno, gridano forte anche in lei, pur non avendo mai avuto modo di visitare l’Eritrea.
Resilienza Cosa ha spinto Acciari a scrivere il libro. «Il senso di resilienza – dice a Umbria24 – e di grande generosità. Tra gli insegnamenti più importanti – afferma – mio nonno e mia nonna mi hanno dato la capacità di accettare le cose, anche quelle dolorose, forti, con naturalezza». Isabella non si è soffermata volutamente sul razzismo: «L’ho appena sfiorato – spiega – Volevo dare un messaggio positivo con questo libro. Mio nonno, ha incontrato tante difficoltà, ma è riuscito a superarle, anche grazie a mia nonna, a mia madre e forse anche a me».
Rielaborazione La sensazione, per concludere, è che il libro abbia un potere taumaturgico, e che Isabella abbia potuto rielaborare, attraverso il racconto, il dolore della perdita del nonno. Oltre a questo, ha voluto restituire la sua verità sulla vita di Kidanè, una persona molto nota nella sua città, ma di cui, in fondo, nessuno conosceva bene la storia. Nel compiere il suo personale percorso, Isabella regala al pubblico un racconto che diventa un esempio di vita, un monito al non arrendersi di fronte alle difficoltà, una narrazione che tocca il tema della diversità senza cadere mai nella retorica. È un’opera delicata, Kidanè, la storia di un amore, quello tra un nonno e una nipote, che il destino ha provato a rendere incompiuto, ma che si compie, invece, attraverso le parole di Isabella, rendendolo, così, ancora vivo.
