di Lucia Caruso
Uno sguardo carismatico dietro gli occhiali rotondi. Un uomo posato, di poche parole. Semplice ed elegante al tempo stesso. Che è classe 1932 non si direbbe proprio. Il Maestro Botero se li porta davvero bene i suoi quasi 80 anni (che festeggerà ad aprile). Fa un certo effetto vederlo dal vivo, dargli la mano, scambiarci qualche parola, ascoltarlo nelle sue risposte sempre brevi e coincise ma altrettanto efficaci e incisive, capaci, attraverso l’essenzialità, di racchiudere concetti che pesano e che a spiegarli, probabilmente, non basterebbe un libro.
LA FOTOGALLERY DELL’ARTISTA E DELLA MOSTRA
Fa effetto incontrare Botero non solo perchè è un artista di fama internazionale, ma anche perchè nell’immaginario collettivo è già da tempo un mito che pare appartenere alla storia più che al presente. E invece si scopre, con piacevole sorpresa, che Fernando Botero non solo ha scritto pagine fondamentali della storia dell’arte, ma continua a scriverne oggi. E’ ancora immerso in una mole di lavoro non quantificabile. Molto del suo lavoro – dice – viene svolto in Italia, nella sua casa – laboratorio a Pietrasanta, cittadina cara a molti artisti perchè sede di cave di marmo e fonderie (di fonderie ne conta ben 7 – ricorda il maestro – mentre a Milano ce ne sono appena due). Pietrasanta è una terra sacra per il Maestro: “E’ un posto straordinario – racconta – trascorro lì due mesi all’anno e per me è il momento più felice perchè è un momento di grande creazione”. Qui nascono le sue opere: già dagli anni ’60 Botero sente il bisogno di far uscire i suoi personaggi e le sue nature dalle tele, quasi come a volerli liberare da quello spazio per concedere loro una maggiore esaltazione volumetrica. E così approda al mondo della scultura, nel quale trascina la morbida piacevolezza delle rotondità che lo hanno reso celebre nel mondo.
Non si contano le piazze che ospitano le sue sculture in bronzo. Oggi con la mostra a Palazzo Monte Frumentario ci si trova di fronte a qualcosa di assolutamente nuovo, mai esposto prima d’ora: i gessi di Botero, pezzi unici al mondo. Di un bianco candido che si discosta totalmente dalla profondità cromatica dei lavori boteriani a cui si è abituati, queste opere sono l’esaltazione del colore, dei colori o, se vogliamo, del non colore, della privazione dei colori. Il bianco che aumenta l’intensità plastica e riconduce all’universo simbolico che rappresenta: la luce, il candore, la purezza, la spiritualità.
Le opere di Botero, anche grazie a questo straordinario effetto del gesso, che sprigiona energia e luminosità, sposano armoniosamente le suggestive sale dell’edificio di via San Francesco, recentemente restaurato. Le antiche pietre umbre fanno da sfondo alle creazioni formose e alcune di queste, a loro volta, collocate in prossimità delle finestre, sembrano cercare un dialogo con l’esterno. Ne viene fuori un rapporto tra spazio fisico e spirituale, che rafforza il valore simbolico della scelta della città di Assisi. I gessi rappresentano la matrice, in qualche modo l’anima della scultura, l’incipit dei suoi lavori scultorei. E’ come se il maestro, giungendo ai suoi ottant’anni avesse scelto di celebrare il ritorno alle origini dando luogo ad un percorso poetico estremamente suggestivo. Ma il gesso è anche un materiale povero, contrariamente al marmo e al bronzo, per sua natura legato alla precarietà, alla fragilità, all’effimero. Un senso di sospensione che troviamo nelle stesse opere, messe lì come in attesa, quasi interrotte nel loro movimento. La tridimensionalità, oltre a sublimare i gessi di una tale tangibilità che paiono quasi chiedere allo spettatore di essere accarezzate, fa spazio a una vitalità espressiva.
L’ universo latino-americano, l’onnipresente tradizione colombiana, i segni della vita e dei ricordi dell’artista sono ripercorsi in questa retrospettiva che, datata 1973-2012, concede al pubblico di assaporare 34 anni del lavoro del Maestro. Linee morbide e forme opulente sono tratti ormai riconoscibili dell’arte di Botero. Eppure quei cavalli, i tori e i centauri, i busti maschili e femminili, le nature morte, le donne in pose sensuali, trascinati fuori dalla tela, quasi in un gesto liberatorio che l’artista concede ai suoi soggetti, nonostante l’esaltazione volumetrica, paiono ancora più alleggeriti, pervasi da insolita grazia, e catturati da una forza gravitazionale che disegna un equilibrio armonico tra opere e spazio, tra opere e spettatore e tra le opere stesse, dando vita a una comunicazione multidirezionale il cui messaggio risiede nella straordinaria poesia che viene fuori dalla sperimentazione della bellezza, attraverso l’inusuale eleganza di queste forme. Proprio quella poesia che – come dice il Maestro – l’uomo ha in sè.

