di Sara Calini

Una storia da romanzo per le migliaia di pergamene perugine che hanno attraversato oceani, aste, dinastie familiari e più di un secolo e mezzo di silenzio. Ora, dopo 170 anni, sono tornate a casa grazie all’impegno della Fondazione Perugia. Svelate a Roma, nella splendida cornice di Sant’Ivo alla Sapienza, queste carte sono «frammenti di identità collettiva» restituiti alla comunità a cui furono tolti nel 1853.

L’incontro Si respirava un’aria familiare, quasi di ritorno a casa, durante la conferenza di presentazione di Fondazione Perugia per la nuova Collezione Albertini. Lunedì 30 giugno nella suggestiva Sala Alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma è stata un’emozione palpabile per chi, negli ultimi anni, ha lavorato con dedizione al lungo percorso di studio, ricerca e acquisizione di questi «tesori documentari» che raccontano la Perugia medievale e che finalmente tornano a parlare della loro terra, nella loro terra. «Questo è uno dei casi in cui abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo», ha dichiarato il vicepresidente della Fondazione Perugia, Franco Moriconi, sottolineando come il progetto abbia superato i confini dell’azione territoriale «tipica della fondazioni» per assumere un respiro nazionale e internazionale. Ha poi ringraziato le istituzioni coinvolte, in particolare la dottoressa Giovanna Giubbini, dirigente del ministero della Cultura, il dottor Antonio Tarasco, girettore generale Archivi del ministero della Cultura e il ricercatore Matteo Ferrari «la cui visione strategica, competenza e sensibilità istituzionale sono state determinanti per rendere possibile questa importante operazione di restituzione culturale».

La collezione La Collezione Albertini conta un insieme di 1.749 documenti amministrativi e giudiziari perugini risalenti al XIV e XV secolo e rappresenta la fine della lunga diaspora culturale iniziata nel 1853, quando il Comune di Perugia mise in vendita una parte dei propri archivi. In quell’occasione, infatti, il lotto finì nelle mani del noto antiquario tedesco Joseph Spithöver e poi in quelle del giurista argentino Louis Eugenio Albertini, che lo trasferì a Parigi. Lì è rimasto fino al 2024, quando è stato riscoperto quasi per caso grazie al lavoro di Ferrari che ha seguito per anni le tracce delle pergamene. Tra foto sfocate di antiquari francesi, archivi di biblioteche universitarie, eredità e leggende familiari, è stata composta una collezione da 430 mila euro con l’impegno della Fondazione Perugia, che ha così voluto «restituire un tassello identitario alla comunità»

La mostra e il tassello mancante La storia di questa collezione però, non è ancora conclusa: secondo Ferrari, mancano all’appello circa 300 documenti, la cui ricerca è ancora in corso. Nel frattempo, la Collezione “ri”prende vita nella mostra “Extra: Segni antichi, Visioni contemporanee” curata da Marco Tonelli a Palazzo Baldeschi, dove alcune delle pergamene dialogano con opere di artisti come Boetti, Isgrò, Maria Lai e David Tremlett. Un incontro tra passato e presente, memoria e creatività. Un’ulteriore esposizione, molto più ampia, è prevista per ottobre 2025, con l’obiettivo di rendere accessibili al pubblico tra 200 e 300 pergamene insieme ad altri materiali archivistici di recente acquisizione. «Questo ritorno non è solo un fatto locale», ha dichiarato Riccardo Gandolfi, direttore dell’Archivio di Stato di Roma, «ma un esempio emblematico di come la sinergia tra istituzioni e privati possa restituire al Paese una parte preziosa della sua identità dispersa».

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