di Daniele Bovi
Saranno chiariti solo nei prossimi giorni i contorni della morte di un 56enne assisano, Gianluca Stafisso, deceduto a Tokyo. Il corpo è stato trovato in un centro di immigrazione del quartiere di Shinagawa, dove era detenuto per aver violato le leggi sull’immigrazione. Stafisso, originario della frazione assisana di Castelnuovo (la madre, residente ad Assisi, è morta recentemente), era senza fissa dimora in Giappone ed era in stato di fermo dallo scorso 25 ottobre.
I fatti Secondo quanto riferito dalla Farnesina, il giorno successivo il personale dell’Ambasciata italiana aveva fatto visita all’Ufficio dell’Immigrazione di Shinagawa, offrendo assistenza legale al connazionale, e «seguendo costantemente il caso» per concordare una eventuale procedura di rimpatrio. In Giappone gli stranieri senza permesso di residenza e che non possono ottemperare in tempi rapidi agli ordini di lasciare il Paese, vengono generalmente detenuti in una delle 17 strutture per l’immigrazione, anche per periodi prolungati. Dal 2007 a oggi si tratta della 18esima morte registrata in uno di questi centri.
La morte Tra le ipotesi c’è quella del suicidio e sul corpo di Stafisso, come riferisce a Umbria24 il Ministero degli Esteri, sarà effettuata a breve l’autopsia per chiare come il 56enne perugino è morto. Per i primi accertamenti nella struttura si è recato il capo cancelleria del consolato. I punti da chiarire sono molti, a partire dalla data del decesso sulla quale la Farnesina per ora non vuole sbilanciarsi. Tra i punti certi, invece, c’è il fatto che Stafisso si trovava in Giappone da lungo tempo.
Il profilo Ma chi era il 56enne assisano? Stafisso nel suo profilo LinkedIn si descriveva come un grafico e un fotografo che, dopo aver frequentato l’Ipsia di Assisi, ha studiato all’Università del Maryland laureandosi in lingua e letteratura inglese. Prima, nel 1996, ha fondato lo studio grafico Demo2, la cui sede risulta essere nel centro di Perugia, in via del Conventuccio. Poi nel 2005 l’arrivo a Tokyo dove, secondo quanto riportato su LinkedIn, sposa una donna giapponese nel 2008. Stafisso aveva un profilo su Vimeo dove, dall’aprile 2020 fino a un paio di mesi fa, ha caricato 26 video, in molti dei quali racconta la sua storia.
Sotto un ponte Alcuni di questi mostrano quella che dal settembre 2020 è stata la sua “casa”, ovvero un ponte nel quartiere dove ha abitato per lungo tempo. Come sia finito sotto quel ponte però non è chiaro. Nei video racconta di aver patito il caldo nei mesi estivi e il freddo in quelli invernali, denunciando di non essere stato aiutato né dalle autorità giapponesi né da quelle italiane nell’ottenimento della cittadinanza. In una lettera allegata a una delle diverse richieste fatte alle autorità giapponesi, il 56enne scriveva che la moglie non avrebbe fatto tutte le comunicazioni che servono per ottenere la residenza permanente. Niente da fare neanche per i pagamenti necessari a ottenere la pensione.
Il certificato Fatto sta che Stafisso dal settembre 2020 si è ritrovato senza un permesso di soggiorno, sostenendo di essere stato più volte arresto. Tra i documenti pubblicati sui video anche un certificato medico redatto nel 2018 da un medico giapponese, nel quale si sostiene che Stafisso avrebbe sofferto di un disturbo paranoide della personalità. Problemi di salute che per ora non vengono confermati dalla Farnesina e che per il 56enne erano stati inventati per danneggiarlo.
Kokumin In alcuni dei contenuti caricati su Vimeo compaiono degli adesivi con la scritta «I love kokumin», parola che torna spesso nelle descrizioni lasciate da Stafisso in calce ai propri video. Un termine che indica sostanzialmente la nazionalità giapponese (letteralmente significa «Il popolo della nazione»), che garantisce tutti i diritti ma che arriva dopo un percorso molto complesso. Senza «kokumin» per i cittadini stranieri e le minoranze etniche la vita in Giappone è decisamente più complicata rispetto a quella di chi ha le carte in regola.
